Che si gioca (aggiornato)?

E’ arrivato l’aggancio ed ora Sandrino il Bressesino e Joe il Pistoiese sono appaiati in testa alla graduatoria! Purtroppo l’ultimo weekend è stato segnato dalla mancanza dei pronostici della banda milanese e dunque abbiamo tantissimi -1 in graduatoria. Questa settimana presenterò con poche righe le sfide perché tra la trasferta di Cremona e gli impegni lavorativi non posso fare di più.

Visti i risultati dei battistrada, possiamo affermare con certezza che il calcio internazionale, anche se Bomber Siiimo dice il contrario, non è proprio quello che viene digerito meglio. Di tutti noi infatti, solamente L’Argentino Fiorentino ormai quasi Parigino ha azzeccato la gara di Premier League scelta e, grazie a questo +3, raggiunge Il Pappagallone Reale al terzo posto. Tutti gli altri che hanno fatto i pronostici infatti, hanno azzeccato la scontata ed hanno sbagliato quella più ostica: insomma un bel +1 per loro! Prima di vedere quali sono le gare da giocare questo weekend, ecco la classifica aggiornata dal mitico Meneghino di Paderno Dugnano:

Sandrino il Bressesino e Joe il Pistoiese 69
Il Pappagallone Reale e L’Argentino Fiorentino ormai quasi Parigino 63
Lungo e Niccolò 59
Bomber Siiimo 57
Francesco il Meneghino Junior 53
Carlo il Meneghino di Paderno Dugnano 51
Il Crociato Gialloblù 49
Salva il Molisano 45
Andrea 33
Luchino il diavolo rossonero 18

Ecco le gare scelte in questo weekend di Pasqua:

La gara più scontata: MILAN – EMPOLI = 1

Il Milan che ha travolto il Napoli per 4-0 in trasferta, trova un Empoli già ampiamente salvo. Serve altro? Uno fisso e tre punti facili!

La sorpresa della giornata: LAZIO – JUVENTUS = 1 (Risultato 2 – 0)

Può continuare la squadra di Allegri a rincorrere la Champions grazie ad un’altra vittoria? Oppure la difesa ermetica di Sarri unita al rientro di Immobile faranno pendere l’ago della bilancia in favore della Lazio? Vado con la seconda ipotesi, anche per ragioni di cuore: non ne posso più di vedere gli strisciati esultare. Vittoria interna e Sarri più vicino alla prossima Champions!

A voi per i pronostici!

Il buono, il brutto, il cattivo

INTER – FIORENTINA = 0 – 1

E sono 5!!! Ripeto 5….5 vittorie consecutive in campionato come non succedeva da tempo immemore!! Nonostante tutte le polemiche relative al Franchi, al PNRR, al trasloco dal Franchi, abbiamo una squadra, un allenatore e, dobbiamo dire, anche una società che è riuscita ad isolarsi da tutte le inutili parole che tantissimi esperti tuttologi hanno versato sul nulla preparando magistralmente una partita tanto difficile quanto importante. La squadra viola è riuscita a spazzare via i problemi ambientali di giocare dentro un San Siro gremito da più di 70.000 persone, la pressioni di affrontare una squadra che si giocava una bella fetta della prossima Champions League, le difficoltà di dover dosare le forze dopo le nazionali e prima della semifinale di Cremona. Ancora una volta la differenza l’ha fatta la capacità di preparare la partita quando Italiano ha il tempo necessario per lavorare con i propri ragazzi (chi si sarebbe mai aspettato Castrovilli nei due davanti alla difesa?), la facilità di cambiare metodo e sistema di gioco in corsa, l’imbattibilità di Terracciano che sta diventando una piacevolissima abitudine. Certo non sarei onesto se non dicessi che mi aspettavo molto di più dall’Inter: dopo il furto con scasso subìto contro la Rubentus, i ragazzi di mister Inzaghi non hanno avuto nemmeno quel fuoco dentro che solitamente le belve ferite sono pronte a riversare sul campo. I nerazzurri sono sembrati spenti, con le idee annebbiate e con alcuni dei propri calciatori che hanno passeggiato senza mai dare l’idea di voler azzannare la partita (Brozovic su tutti). Grande merito però è della Fiorentina che è andata a San Siro senza timori reverenziali, nonostante le assenze (iniziali) di Amrabat, Milenkovic e Nico Gonzalez, ed ha gestito tutti i momenti della gara senza mai perdere la lucidità necessaria. Una grandissima prova di maturità che appare come un ottimo viatico per questo mese di Aprile così denso di partite, di emozioni, di amore.

La speranza è che i viola non abbiano bruciato troppe energie fisiche e nervose in vista della semifinale di andata di Coppa Italia a Cremona: io continuo a credere che vincere aiuta a vincere perché regala entusiasmo, libera la testa dai brutti pensieri e permette di recuperare energie. Contro i ragazzi di Ballardini sarà assolutamente necessario vedere la migliore Fiorentina ed aver avuto la capacità di risparmiare Nico Gonzalez potrebbe rivelarsi la miglior mossa di Vincenzo Italiano.

Chiudo gli occhi ed inizio a pensare alla semifinale: sta alla Fiorentina decidere se regalarci un sogno o un incubo.

IL BUONO

  • Castrovilli: lo confesso, ho un vero e proprio debole per Gaetano. Sinceramente erano anni che aspettavo di vedere un calciatore dell’eleganza di Castrovilli con la maglia numero 10 viola addosso. Dopo il terribile infortunio, in pochi si aspettavano che potesse tornare addirittura più forte di prima ed invece eccolo qua! Senza aver perso la capacità di saltare l’uomo e di inserirsi negli spazi liberi, adesso Gaetano si dimostra in grado anche di fare un’ottima fase difensiva, di giocare a due tocchi davanti alla difesa, di rincorrere l’avversario per recuperare palla. Mancini cosa aspetti a vestirlo d’azzurro?
  • Bonaventura: per come aveva iniziato la partita, sinceramente il buon Jack stava rischiando di finire dietro la lavagna. Lento, impacciato, distratto, protagonista di troppi errori per un calciatore della sua levatura. Ma proprio perché lui è Giacomo Bonaventura, è bastato poco per tornare ad essere decisivo. E’ entrato nelle pieghe della partita piano piano, quasi in punta di piedi e quando ha avuto l’opportunità ha spezzato l’equilibrio con un gol di rapina. Scusa Jack per aver dubitato di te!
  • La fase difensiva: avrei potuto citare per Terracciano per un paio di bellissimi interventi o magari Dodò che continua a convincere in un reparto in cui nessuno è da mettere in castigo tra Biraghi ed i centrali che si sono alternati. La verità però è che il calcio è uno sport di squadra e quando funzionano i movimenti tra i compagni, difendere la propria porta diventa più semplice….anche quando manca l’incontrista più forte della squadra ed in mezzo al campo giochi con Mandragora e due mezze punte. Complimenti ragazzi, complimenti mister. Questa sì che è una squadra!
  • Vincenzo Italiano: nella vittoria della Fiorentina a Milano, nella ritrovata capacità della squadra di vincere e convincere da Verona in poi, c’è tantissimo del tecnico siciliano. Italiano ha avuto la pazienza ed il coraggio di rimettere in gioco le sue convinzioni (non più solo 433), ha avuto la capacità di crescere (non è più solamente un tecnico da campionato), è cresciuto nella lettura delle gare. In questo momento, la Fiorentina ha la cultura calcistica per poter giocare con tre moduli: 433, 4231 e difesa a 3. Quante altre squadre lo possono fare? Non solo, ma la squadra è capace di gestire le partite anche quando non ci sono a disposizione tanti giorni per prepararle. E da ultimo, Italiano adesso non risponde alle mosse dei tecnici avversari ma addirittura le anticipa! A San Siro, sapendo che Simone Inzaghi avrebbe inserito la terza punta nei minuti finali per cercare l’assalto, Italiano ha inserito Ranieri quando ancora l’Inter giocava con i due attaccanti ed in questo modo ha neutralizzato la mossa avversaria. Sono onorato e felice di averlo sempre difeso, seppur con le meritate critiche! Chapeau, maestro!

IL BRUTTO

  • Ikonè: vi prego di guardare la rete che fallisce a San Siro mancando addirittura il pallone. Vero è che la Fiorentina riesce comunque a vincere, ma il francese resta un enigma irrisolvibile. Come si può sbagliare tutte quelle conclusioni a rete pur avendo evidenti doti tecniche? Quanta pazienza ci vuole…..
  • Saponara: nel primo tempo viene continuamente sovrastato da tutti gli avversari. Per salvare la prestazione, non può bastare qualche tocco delizioso ed un paio di aperture intelligenti. Probabilmente non era la sua partita per intensità e ritmo, ma qualcosina in più ce lo potevamo aspettare. Magari mercoledì facciamo che torna Nico.
  • Sottil: veloce, rapido nello stretto, tecnicamente interessante, muscolarmente molto cresciuto. Quindi? Quindi nulla, perché continua a sbagliare tutte le scelte: tira quando dovrebbe crossare, effettua il passaggio quando avrebbe l’uno contro uno da giocare, non trova mai la porta. Crescerà? Il tempo è tiranno!

A voi per i commenti!!

Che si gioca?

Siamo tornati! Dopo la settimana di sosta, ecco di nuova la rubrica più commentata del blog con la testa della classifica che è rimasta cristallizzata. Nè Sandrino il BressesinoJoe il Pistoiese hanno azzeccato il furto di Rabiot e dunque restano distanziati di soli due punti visto il contemporaneo +1 sulla gara scontata.

Anche nella pancia della graduatoria le posizioni in classifica sono rimaste stabili anche perché il solo Niccolò è stato capace di guadagnarsi il +3 di giornata pur scivolando sulla scontata. Non è però stato l’unico a sbagliare il pronostico più semplice visto che il Meneghino di Paderno Dugnano è caduto sul PSG, Il Crociato Gialloblù in Austria e Salva il Molisano sul Bayern di Monaco nell’ultima di Nagelsmann su quella panchina in campionato. Prima di vedere quali sono le gare da giocare questo weekend, ecco la classifica aggiornata dal mitico Meneghino di Paderno Dugnano:

Sandrino il Bressesino 70
Joe il Pistoiese 68
Il Pappagallone Reale 62
L’Argentino Fiorentino ormai quasi Parigino 59
Lungo e Niccolò 58
Bomber Siiimo 56
Francesco il Meneghino Junior 54
Carlo il Meneghino di Paderno Dugnano 52
Il Crociato Gialloblù 48
Salva il Molisano 46
Andrea 34
Luchino il diavolo rossonero 19

Ecco le partite da giocare in questo weekend:

La gara più scontata: ELCHE – BARCELLONA = 2

Il più classico dei testa coda lo troviamo nella Liga! Dopo la vittoria contro il Real Madrid con un gol nel recupero di Kessie, il Barcellona si è portato a 12 punti di vantaggio nei confronti delle Merengues avvicinandosi enormemente al titolo di campioni di Spagna. Considerando che le gare da qui alla fine del campionato sono sempre meno ma molte saranno contro compagini che stanno lottando per i rispettivi obiettivi, trovare l’Elche che è praticamente già retrocesso, è una vera manna dal cielo. Il Barcellona avrà molti nazionali rientrati tardi dai rispettivi impegni, ma la differenza di qualità tra le due rose sembra comunque incolmabile. Due fisso e Liga sempre più vicina!

La sorpresa della giornata: NEWCASTLE – MANCHESTER UNITED = 2 (Risultato 1 – 2)

Molti di voi avranno pensato che avrei chiesto di giocare la sfida tra Milan e Napoli ed invece, per la gioia di Bomber Siiimo, andiamo all’estero, in Premier League! Due tra le squadre più ricche d’Europa, tra quelle che hanno sconvolto il mercato nelle ultime stagioni, sono tornate ad antico splendore grazie a fiumi di sterline. Nel campionato dominato da City ed Arsenal, United e Newcastle stanno lottando per tornare a giocare quella Champions League che è il sogno di tutti. Magpies e Red Devils se la dovranno vedere probabilmente fino all’ultima giornata con il Tottenham di Stellini (!!!) ed il Liverpool che sta cercando disperatamente di tornare in corsa anche se i punti di distacco non sono pochi. Il Newcastle viene da due vittorie consecutive dopo un periodo piuttosto buio, mentre lo United sembra non essere in grado di ritrovare quella continuità che ad inizio anno lo aveva contraddistinto. Le due rose sono entrambe molto competitive, ed allora stavolta scelgo in base al tecnico che mi piace di più: dopo i miracoli targati Ajax, Erik Ten Hag ha preso una bruttissima gatta da pelare, ma dopo le difficoltà iniziali adesso sembra stia imboccando la strada giusta. Il Manchester United è perfettamente in corsa per la Champions League ed in Uefa è riuscito ad eliminare il Barcellona in una sfida stellare. Ha inoltre gestito il caso Cristiano Ronaldo nel modo più perentorio, ma anche probabilmente più giusto, cioè scaricandolo nel mercato di gennaio senza nessun rimorso: da lì in poi la squadra è sembrata ritrovarsi…..perché non continuare? Vittoria esterna e United più vicino alla Champions!

A voi per i pronostici!

Fiorentini, AMICI MIEI

Ho ricevuto un regalo di compleanno in anticipo da un amico, uno storico del calcio che collabora con alcune testate tra cui “Contrasti“, uno dei pazzi con cui abbiamo pensato e realizzato l’avventura di “Rock and Goal“, ma soprattutto uno dei più grandi conoscitori della storia del gioco del calcio che io conosca: Gabriele Tassin. Leggetelo, non ve ne pentirete!!!

Dalla notte dei tempi l’uomo si pone le domande più argute e scabrose: Don Abbondio si domandava chi fosse Carneade, Gauguin dipinse un quadro interrogandosi “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, mezzo mondo si domandava come mai la Gregoraci stesse con Briatore, evidentemente ignara dell’estratto conto dell’imprenditore italiano. Nessuno si è però cimentato nella vera e unica questione che dovrebbe animare il dibattito socioculturalcalcistico: può un accanito tifoso interista provare sincero affetto e trasporto per la Fiorentina? Non sono pazzo, almeno non nel senso che intendete voi: faccio mio un invito abusato dalla tiktoker più scoperta della difesa guidata dal lisergico Giovanni Bia, meteora nerazzurra anni 90, e vi dico di seguirmi, in questo caso nel ragionamento.

No, non ho dimenticato il Franchi in festa che accusava i miei beniamini di daltonismo (oltre che di broccaggine) suggerendo a gran voce ai nerazzurri ormai groggy “il pallone è quello giallo”. Ricordo però anche la nostra prestazione e soprattutto seguo una precisa regola di vita che mi impone di non impermalosirmi GIAMMAI con un toscano, capace come nessuno al mondo di prenderti per il naso senza fartene accorgere con la sua feroce, meravigliosa ironia (per approfondire, citofonare Gasperini). E, lo so, la stampa ama raccontare di come andare all’ex Berta indossando i vessilli della squadra avversaria sia paragonabile a recarsi negli anni 80 a Medellin con una canottiera recante il messaggio “Escobar maricon” e urlando per i vicoli “il vero sballo è dire NO ALLA DROGA”. Ma io a certe cose credo poco, e poi il pericolo è il mio mestiere: chi ha avuto in squadra Schelotto e Belfodil non può temere alcun male.

Innanzitutto, prendo in prestito l’aforisma di Samuel Johnson, mio buon amico e stimato lettore, e parafrasandolo affermo con piena cognizione di causa che “chi è stanco di Firenze è stanco della vita”: città grande eppure a misura d’uomo, in cui ogni vicolo, ogni angolo, ogni ciottolo è impregnato di arte, storia, cultura. E il cibo, signori, sì il cibo, dal furgoncino con l’ambulante che ti piazza in mano un lampredotto da pace dei sensi, alla mitica fiorentina o al paradisiaco peposo, che solo il primo assaggio dovrebbe far bandire da ogni tavola i vegetariani e i vegani. Voi dite che sono litigiosi e collerici, io rispondo passionali, dall’animo ardente. Un popolo che sa amare alla follia, ma capace di esiliare o bruciare sul rogo i suoi figli non più prediletti. Sulle donne non posso dir nulla, perché ho una morosa che per dovere coniugale mi legge, e quindi ogni cosa io scriva potrebbe essere usata contro di me, ma è nota in tutto il globo terracqueo la bellezza delle figliole toscane, il cui splendore, reso immortale da fior di poeti e canzonieri, ha attraversato i secoli e perdura tutt’oggi.

Suvvia, diciamoci la verità, molte sono le cose che ci accomunano a chi si stringe orgoglioso al labaro viola di Narciso Parigi: la comune antipatia juventina, per esempio, ché le malefatte della Vecchia Signora ai nostri danni non posso qui elencare per mancanza di spazio, mentre a mero titolo di esempio cito “meglio secondi che ladri” e la vergognosa ruberia della finale UEFA 1990, con ratto di Baggio annesso e piazza incendiata dallo sdegno. Ma anche assi sudamericani egoisti al limite del cialtronesco (Edmundo che preferisce o carnaval allo scudetto, Icardi i diktat muliebri alla causa nerazzurra), le ladrate sofferte a causa del vergognoso Real, che negli anni 80 infestava il cammino europeo nerazzurro con risse abominevoli e furti perpetrati da arbitri e funzionari corrotti derubricati a miedoescenico del Bernabeu! La Fiore invece, PRIMA ITALIANA A GIUNGERE ALLA FINALE DELLA COPPA CAMPIONI (chissà perché non la ricordano mai, questa cosa, curioso), vide il Real padrone di casa usarle la cortesia di portare alla finale il pallone e anche l’arbitro che, fatalità, permise ai padroni di casa di sbloccare il risultato concedendo un rigore per fallo commesso più o meno a metà campo. Quando si dice il caso…

E poi ragazzi, la Fiorentina mi ha regalato note di colore memorabili: antesignani della moviola in campo (il mitico Lubos Kubik!), giocatori che anticiparono i format di successo di MTV (“Non sapevo di essere in rosa” Javier Aguirre, 1988), presidenti che reagivano a corna ventilate con esoneri annunciati di imperio e discussi in diretta televisiva in una corrida memorabile che infiammò i tubi catodici (Cecchi Gori junior versus Radice, Processo del Lunedì, gennaio 1993). E sul campo, che in quel caso era il sacro tappeto erboso del Meazza, vidi l’intervento falloso più osceno della Storia, Taribo West che interpreta un pittoresco Hulk Hogan nigeriano sbriciolando la caviglia di Kanchelskis con un intervento che avrebbe fatto inorridire gli spettatori di SmackDown. Mi aspettavo venisse passato per le armi sul cerchio di centrocampo, di fronte alle maestranze schierate: ricevette un giallo. E poi il colore della divisa, scelto dal marchese Ridolfi, e il fascino che esercitò sul me bambino il giglio dei Pontello sulla divisa indossata da quell’eroe tragico e magnifico di Giancarlo Antognoni, “il ragazzo che gioca guardando le stelle”.

Ma amo soprattutto la Viola per quanto successe nel campionato 1988/89, l’anno dello scudetto dei record.

Sì, perché ovviamente il nemico, quell’anno aveva le maglie celesti e i volti minacciosi di quegli artisti del calcio che si chiamavano Maradona e Careca: ma se il Napoli fu avversario irriducibile, ultimo ad arrendersi allo strapotere dello squadrone nerazzurro, chi mise davvero in pericolo la vittoria del Bene, quell’anno, fu proprio la compagine viola. Come mai? Presto detto. Dopo una campagna acquisti scintillante, la stagione inizia con la Coppa Italia, che all’epoca aveva i primi turni che si disputavano in fase a gironi. Il campionato sarebbe iniziato a ottobre per “colpa” delle Olimpiadi di Seul, alcuni stadi erano in ristrutturazione per gli ormai prossimi Mondiali casalinghi del 90, fra cui naturalmente il Meazza: ed è per questo che il match decisivo del secondo turno, dopo due pareggi, l’Inter lo gioca a Piacenza, proprio contro la Fiorentina. Un rigore di Matthaus porta l’Inter in vantaggio, poi in un paio di minuti la difesa meneghina diventa narcolettica e permette a un Borgonovo liberissimo di infilare di testa Zenga da pochi passi: non passano sessanta secondi e mentre la terza linea nerazzurra fa da testimonial a Madame Tussaud, la coppia gol Borgonovo&Baggio raddoppiava abbattendo a pallonate un estremo difensore lasciato più solo di Chuck Noland in Cast Away. Nella ripresa si attendeva il riscatto interista, ma i tifosi della Beneamata poterono mandare la tessera societaria al buzzatiano Giovanni Drogo: un rigore chirurgico di Baggio portava a tre le reti viola, e poco dopo una punizione battuta velocemente da Dunga coglie di sorpresa chiunque, e permette a Mattei, la cui figurina non ispirava già tutta questa simpatia, di meritarsi alcune mie pacate rimostranze travestendosi da Garrincha e calibrando un mirabile pallonetto per il 4-1. L’Inter ha una reazione d’orgoglio, Morello di testa e Matthaus da pochi passi accorciano le distanze, rendendo meno amaro il punteggio nella forma ma non nella sostanza. L’Inter è fuori, i media si scatenano a colpi di CRISI INTER (certe cose non cambiano mai), si invoca Guilllotin per il Trap, candidando Fascetti al suo posto! Una delle tante sliding door della storia, fortunatamente chiusa a doppia mandata dall’intervento della Vecchia Guardia che anziché morire o arrendersi, si schierò dalla parte del proprio condottiero lasciando la stampa specializzata a coprirci di ciò che disse Cambronne a Waterloo.

Luca Mattei, amatissimo da Gabriele Tassin!

Ne seguì un girone di andata strepitoso, con l’Inter che va in fuga già dopo poche giornate, trascinata dal duo teutonico Matthaus – Brehme, dalla regia sapiente e razionale di Matteoli, dalle sgroppate di Berti e dallo stato di grazia di Aldone Serena, mai così bomber come quell’anno. L’ultima di andata vede l’Inter, già campione d’inverno, ospite all’allora Comunale di Firenze. Berti, ex di giornata, viene accolto trionfalmente dai suoi vecchi sostenitori, osannato come Michael Douglas da Kathleen Turner nella Guerra dei Roses: l’Inter è inguardabile ma passa in vantaggio su rigore, venendo poi raggiunta da un guizzo di Roberto Baggio. Cucchi fa il brasiliano e segna un gol strepitoso, sancendo il sorpasso dei padroni di casa, ma due proditorie capocciate di Serena, imbeccato da Diaz, ribaltano clamorosamente il match. Poi il Trap decide di coprirsi, togliendo l’argentino per mettere Verdelli: un minuto dopo Borgonovo in mischia anticipa tutti e sigla il 3-3, poi Bergomi decide dal nulla di presentare al pubblico pagante una personalissima versione di “Muoia Sansone con tutti i filistei!” regalando con un retropassaggio suicida al compianto Stefano l’occasione di diventare l’hombre del partido. Borgonovo aggira Zenga e mette in rete, il Comunale esplode , io alla radio vorrei morire. Trascinando possibilmente con me lo Zio. L’impresa viola scatena una ridda carnascialesca laddove dominava Lorenzo il Magnifico: chi vuol esser lieto sia, come scrisse il Medici, e perfino il Mosè di Michelangelo, che ok, non era fiorentino, ma aveva natali toscani pure lui, finalmente accontentò il suo creatore e urlò tutta la sua gioia per una Viola da sballo, rispondendo al “perché non parli?” con un “perché prima non c’era un cazzo da dire!” In sala stampa gente si dava di gomito: finalmente si poteva rispolverare il “CRISI INTER!”, col Napoli a un punto, pronto a fare Gassman sorpassando i nerazzurri. Il sogno pareva destinato a finire, ma quell’Inter era d’acciaio e rispose infilando 8 vittorie consecutive, infrangendo record su record e vincendo il campionato con quattro giornate di anticipo, matematica certezza giunta proprio battendo il Napoli in un Meazza gremito e tripudiante. E per l’ultima partita, nel giorno dell’apoteosi, ecco ritrovare proprio la Fiore, con Diaz che mi insegna a gustare il freddo sapore della vendetta contro i Pontello che lo avevano cacciato malamente con una tonitruante bordata, che significava spareggio UEFA per la Viola. L’ultimo tocco, a porta vuota, sarebbe stato opera del sottovalutatissimo e bravissimo Alessandro Bianchi. All’epoca ero meno saggio, e apprezzai in modo un po’ naif le due vittorie fiorentine, lasciandomi andare a pensieri che avrebbero fatto inorridire il mio catechista, ma che inconsciamente dimostravano il mio apprezzamento per gli intercalari fioriti di un popolo tanto insigne e colto. Con l’età capii che ogni impresa, per esser davvero tale, deve passare attraverso momenti perigliosi.

E quindi, amici viola, credetemi quando vi dico che grande è il mio affetto verso di voi: non così grande da consentirmi di fare ricorso a retorica ipocrita sullo spartirsi la posta, e il primo aprile gradirei non mi faceste scherzi da prete. Poi però vincetele tutte, soprattutto in Europa. Che io ci spero davvero, a fine anno, di sollevare entrambi un trofeo a testa. E se invece vorrete sgambettarci e darmi un dispiacere, non muterà il mio sentimento verso di voi, ma prendendo in prestito le opinioni di un allenatore toscanissimo che non stimo e che riferiva garrulo che “bestemmiare fa parte della cultura toscana”, la prossima lettera a cuore aperto verrà da me redatta interamente in toscano. In vostro onore, naturalmente.

Una nuova Italia?

Dove eravamo rimasti?

Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali del Qatar svanita contro la Macedonia del Nord, la nazionale guidata (ancora) da Roberto Mancini, sembrava aver ritrovato il filo del discorso grazie alla Nations League, manifestazione verso la quale ho un rifiuto direi quasi ancestrale. Nel frattempo però, sono stati sorteggiati i gironi per le qualificazioni ai prossimi Europei, dove gli azzurri si presenterebbero da campioni in carica e le squadre inserite nel raggruppamento non sembrano certo insuperabili. E’ vero infatti che i ragazzi di Mancini hanno pescato l’Inghilterra, ma è anche vero che le altre tre compagini da affrontare sono Macedonia del Nord (do you remember?), Malta ed Ucraina: considerando che al termine del girone saranno qualificate direttamente le prime due, non disputare nemmeno il prossimo Europeo sarebbe una disfatta paragonabile a quella del Mondiale del 1966 quando gli azzurri si fecero eliminare dalla Corea del Nord di Pak Doo-ik.

Negli scorsi giorni l’Italia ha affrontato le prime due fatiche ed ha raggranellato tre punti frutto della sconfitta contro l’Inghilterra allo Stadio Maradona di Napoli e della vittoria in terra maltese per 2 – 0. Sono state due prestazioni completamente diverse che hanno lasciato vari spunti che cercheremo di approfondire per singolo reparto in questo articolo: mentre contro i finalisti dell’ultimo Europeo gli azzurri hanno meritatamente perso ma hanno dato segnali incoraggianti nella seconda metà di gara, contro Malta l’encefalogramma della squadra è sembrato quasi completamente piatto. Chiaro che gli stimoli delle due partite erano completamente diversi così come la qualità degli avversari e la formazione schierata da Mancini. L’Italia è stata surclassata nel gioco e nell’intensità nei primi 45 minuti contro un‘Inghilterra che ha mostrato ancora una volta un gran bel mix tra giovani ed esperti con tanta qualità in ogni reparto. Solamente nel secondo tempo, già sotto di due reti, gli azzurri hanno dimostrato di volerci almeno provare grazie ad un cambio di passo e di ritmo che ha riequilibrato le sorti della partita ma nel complesso la vittoria di Kane e compagni è certamente meritata. E’ rimasto comunque negli occhi l’atteggiamento di una compagine che si è resa conto dei propri limiti ma che ha cercato di rimontare con le proprie armi e con la forza di volontà, seppur senza quelle trame di gioco che avevano incantato agli ultimi Europei. In trasferta contro Malta invece, l’Italia ha giocato una partita complessivamente insufficiente che ha portato i 3 punti solo per l’oggettiva inconsistenza degli avversari che però avrebbero potuto addirittura portarsi in vantaggio dopo pochi minuti. La rete dell’oriundo Retegui (2 gol in 2 partite) ha fortunatamente messo la contesa sui binari giusti per portare a casa tre punti importantissimi al termine di 90 minuti per lunghi tratti inguardabili. Veniamo adesso all’analisi della nostra nazionale reparto per reparto.

PORTIERI:

Se per alcuni anni sembrava che dietro Buffon e Toldo ci fosse il deserto, credo che in questo momento storico l’Italia possa dormire sonni tranquilli. Da un Donnarumma che anche quest’anno ha dimostrato diverse pecche soprattutto in Champions League, ad un Meret che a Napoli sta vincendo lo scudetto e convincendo per la continuità di rendimento, l’abbondanza finalmente non manca. Dietro questi due infatti, ci sono Carnesecchi, Vicario, Falcone e perché no Provedel….insomma per qualche anno, almeno tra i pali, siamo a posto!

DIFENSORI:

Il discorso cambia un pò invece in difesa, soprattutto per le scelte di Mancini. Sinceramente vedere schierati contro l’Inghilterra due difensori centrali di una difesa a 4 come Toloi e Acerbi (che normalmente giocano nei club a 3) che hanno complessivamente 68 anni mi ha fatto riflettere. Se davvero dopo la mancata qualificazione ai mondiali volevamo ripartire con un nuovo ciclo non era possibile trovare qualcun altro più abituato a giocare a 4 e soprattutto più giovane? Anche sugli esterni stessa cosa…in Under 21 giocano con grande profitto a sinistra un terzino goleador come Udogie oppure un piede educatissimo come Parisi, possibile non trovare posto per loro? Troppo giovani? Ed allora Pafundi che ha giocato 9 minuti totali in Serie A con l’Udinese? Sinceramente mi sembra ci sia una grande confusione tra la voglia di cambiare pagina ed un senso di gratitudine che ormai dovrebbe essere stato spazzato via dalla sconfitta con la Macedonia del Nord. E non solo, siamo proprio sicuri che la difesa sia immodificabile? Tolto Di Lorenzo che è oggettivamente inamovibile, gli altri difensori chiamati da Mancini sono più abituati ai meccanismi della difesa a 3 ed allora perché non provare quella disposizione?

CENTROCAMPISTI:

I dubbi relativi ai difensori divengono certezze quando passiamo alla zona nevralgica del campo. L’Italia campione d’Europa ha dominato il gioco grazie ad un terzetto di centrocampisti che in quel momento era in uno stato di grazia ma, dopo quelle gare, avete più visto giocare Jorginho e Verratti in maglia azzurra a quei livelli? Io francamente no ed inoltre siamo proprio sicuri che le squadre che sono state sconfitte dagli azzurri non ci abbiano nel frattempo studiati e non abbiano ideato delle contromosse? Il giro palla azzurro sembrava inconcludente perfino con Malta, figuriamoci con l’Inghilterra! Magari mi sbaglierò ma mi sembra che l’idea di gioco che abbiamo interpretato agli Europei sia ormai da mettere in soffitta per svariati motivi. Innanzitutto perché gli altri ci hanno studiato ed hanno capito come affrontare quel trio di calciatori e quel sistema di gioco. Poi perché oggettivamente il calcio sta rapidamente cambiando e nei campionati nazionali così come nelle competizioni fuori confine, il calcio sta tornando all’uno contro uno in tutte le zone del campo con pressione feroce sulla palla e poco tempo per pensare. Siamo proprio sicuri che quello sia il centrocampo giusto per affrontare questi cambiamenti? E da ultimo, con una squadra che fa così tanta fatica a segnare, avere due centrocampisti come Verratti e Jorginho che non vedono la porta e calciano a rete praticamente mai siamo sicuri sia la scelta giusta? Oppure sarebbe preferibile riempire l’area di rigore con un maggior numero di calciatori ed avere centrocampisti più bravi nella fase di inserimento?

ATTACCANTI:

Se la parentesi dedicata alle nazionali ha portato una buona notizia a quella azzurra è la convocazione di Mateo Retegui: innanzitutto complimenti a chi lo ha scovato ed a chi ha avuto il coraggio di una scelta impopolare in un paese in cui lo Ius Soli sembra ancora un obiettivo irraggiungibile. Certo non sarà un fenomeno, non sarà un giocatore generazionale, ma è una punta e sa fare la cosa più importante per un numero 9: fare gol! In una nazionale in cui l’attaccante principe, Ciro Immobile, sembra incapace di segnare in campo internazionale, aver scovato qualcuno che la butta dentro è la notizia più importante! Oltre Retegui però, il buio….Politano resta un calciatore che in nazionale non sfonda, Gnonto sembra ancora acerbo, Grifo un mistero. Ecco perché, al netto dell’assenza di Raspadori e Chiesa, mi risulta incomprensibile l’ostracismo nei confronti di Zaccagni, miglior marcatore di nazionalità italiana del campionato con 9 reti (stessi gol di Immobile). In molti dicono che l’esclusione sia dettata da motivi disciplinari, ma credo che sia compito di un Commissario Tecnico quello di provare a ricucire determinati rapporti nell’interesse del bene supremo, quello della nazionale italiana. Resta poi aperta la questione del modo di giocare: con un centrocampo così tecnico ed esterni che giocano così larghi, l’attaccante di riferimento rischia un isolamento forzato che non credo sia in grado di reggere nelle gare più complicate, vedi il primo tempo contro l’Inghilterra. Non sarebbe forse preferibile accompagnare maggiormente l’azione offensiva con calciatori più muscolari e più dediti all’inserimento?

Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!

BarLungo con Simone – I bambini fantasma

Vi ricordate quando in campagna elettorale dicevamo che lo scontro più acceso tra la destra centro e gli atomi di una coalizione mai nata sarebbe stato sui diritti civili? Quando dicevamo che c’era una parte politica che era rimasta nel 900 ed una che aveva posizioni più vicine a quelle dell’Europa? Siamo stai facili profeti…. Il problema adesso è deflagrato perché il governo, con una circolare, ha diffidato una serie di comuni italiani, tra cui Milano, di non registrare più all’anagrafe i figli delle coppie omogenitoriali, cioè quelli con un solo genitore biologico. Da lì abbiamo ascoltato di tutto di più tra insulti, cose non vere, accuse reciproche: nell’ultima punta del podcast, con Simone Pesucci, proviamo a fare chiarezza.

Buon ascolto!

Un ragazzo fortunato

Wwayne, uno dei più grandi amici del Corner del Lungo, ci ha fatto un grandissimo regalo: mi ha inviato la storia di uno dei più grandi talenti inespressi del calcio europeo degli ultimi anni: Bojan Krkic!

Ognuno di noi ha un calciatore preferito. Talvolta capita che questo calciatore non sia il campione di turno, ma un giocatore meno scontato, che magari non ha il piede di Messi o di Cristiano Ronaldo, ma che per vari fattori ti entra nel cuore più di tanti altri fuoriclasse. Per me quel giocatore è sempre stato Bojan Krkic.

Mi accorsi di questo giocatore quando cominciò ad emergere nel Barcellona. Era un attaccante esterno, basso di statura e gracile nel fisico, ma con una tecnica e un tocco di palla davvero sopraffini: in pratica era un doppione di Messi, e infatti giocava soltanto quando l’allenatore decideva di fare a meno dell’argentino. Cioè mai.

Il nostro Bojan, dopo qualche anno passato a scaldare la panchina, decide di andare a giocarsi le sue carte altrove. Sceglie la Roma, perché allora a guidare i giallorossi c’era un suo vecchio amico, Luis Enrique. Il suo ragionamento è chiaro: l’allenatore mi conosce, sa che vengo per giocare, quindi non ci penserà due volte a lanciarmi titolare. Purtroppo Bojan aveva fatto male i suoi conti: nel suo ruolo la Roma aveva comprato un altro giocatore di grande talento, Erik Lamela, che si ambientò più velocemente di lui e che lo costrinse a passare un altro anno in panchina. Tuttavia, nei pochi minuti giocati Bojan riuscì a dare comunque una dimostrazione della sua classe infinita. La partita era Roma – Inter (22ma giornata della stagione 2011 – 2012): i nerazzurri avevano vinto la Champions’ League appena due anni prima, ma dopo quel trofeo la squadra era letteralmente scoppiata non avendo più energie fisiche e mentali da spendere. Quella partita lo provò in maniera lampante, perché la Roma umiliò l’Inter con un nettissimo 4 – 0: il sigillo finale lo mise proprio il mio idolo, e fu un gol semplicemente meraviglioso. Piscitella (altro talento perso per strada) fece un cross; Bojan arpionò la palla, ma era molto distante dalla porta ed era marcato da quattro (QUATTRO!) giocatori: di conseguenza, tutti si aspettavano che perdesse palla da un momento all’altro. Lui invece riuscì a tenerla e a trovare uno spiraglio per tirare: contro ogni previsione, la palla passò in mezzo a quella selva di gambe senza trovare nessuna deviazione, e si infilò magicamente in rete. In quel momento ebbi la certezza che Bojan non era semplicemente un bravo calciatore, ma un vero e proprio genio. Soltanto un genio infatti riesce a trovare uno spiraglio di luce dove gli altri vedono solo tenebra: a Bojan era successo ciò che succede ai matematici quando risolvono un problema impossibile, o ai classicisti quando riescono a tradurre un testo scritto in un greco complicatissimo. E gli era successo perché lui aveva un dono, che nessuna stagione passata in panchina poteva portargli via.

Dopo aver buttato un altro anno a Roma, Bojan decide di cambiare nuovamente squadra: evidentemente l’Italia gli piace, perché si trasferisce al Milan. Purtroppo ci arriva nel momento peggiore possibile: i rossoneri hanno appena venduto i due giocatori più forti (Thiago Silva e Ibrahimovic), e quindi l’atmosfera è più depressa che mai. L’allenatore dà una chance a tutti i giocatori, nella speranza di trovare in mezzo a loro qualcuno che non faccia rimpiangere troppo i fuoriclasse appena ceduti: il guaio è che nessun elemento della rosa milanista è in grado di reggere il confronto con quei due, men che meno Bojan, che è un giocatore completamente diverso da Ibrahimovic. Insomma, il mio idolo aveva scelto la peggior squadra possibile per rilanciarsi tanto da pagare quest’errore con la consueta punizione: collezionare una panchina dietro l’altra arrivando a fine stagione con la sensazione di aver sprecato altro tempo prezioso. La volete sapere una cosa curiosa? In tutto questo tempo, il Barcellona non aveva ancora ceduto il suo cartellino! Alla Roma ed al Milan infatti, Bojan era andato in prestito: per me i catalani non l’avevano venduto perché vedevano in lui un piccolo Messi e quindi coltivavano ancora la speranza che in futuro quel ragazzo così simile al loro fuoriclasse avrebbe potuto raccoglierne l’eredità. Sembra ridicolo a dirlo oggi, ma credetemi, soltanto pochi anni fa la cosa era perfettamente plausibile.

Non a caso, quando finisce l’esperienza al Milan, il Barcellona opta per un terzo prestito: stavolta lo manda in Olanda, all’Ajax. E qui c’è il primo vero fallimento della carriera di Bojan: finora poteva giustificare i pochi gol dicendo che non lo facevano giocare, ma in Olanda questa scusa non regge più, perché l’allenatore lo mette sempre titolare e lui continua a segnare pochissimo. A quel punto il Barcellona ne ha abbastanza e lo scarica ad una squadra della bassa Premier League (lo Stoke City). Ci sono delle persone che, quando entrano in crisi, hanno bisogno di toccare il fondo prima di cominciare a risalire ed è esattamente ciò che è successo a Bojan: ritrovatosi a lottare per la salvezza per la prima volta nella sua carriera, invece di intristirsi per come era andata a finire si  rimbocca le maniche ed  inanella una partita da urlo dietro l’altra. Ma il destino, che tante vittorie gli aveva regalato quando teneva in caldo la panchina del Camp Nou, scelse proprio quello straordinario momento di forma per presentargli il conto: dopo mezza stagione sopra le righe, Bojan si ruppe il crociato e fu costretto a star fermo 6 mesi. Molti giocatori non riescono a tornare come prima dell’infortunio ed inoltre c’era da considerare l’aspetto psicologico: lo spagnolo era stato bloccato dalla sfortuna nel suo momento di massimo splendore, proprio quando aveva ottenuto il ruolo di protagonista dopo tante comparsate. Non era facile ripartire dopo una mazzata così grande ed infatti Bojan non si è più ripreso: lo Stoke City se n’è accorto, e ha deciso di rescindere il contratto.

A quel punto Bojan è emigrato in America: lì il calcio è ad un livello quasi amatoriale, quindi “io che dovevo essere l’erede di Messi farò furore!” avrà pensato…ed invece le cose sono andate diversamente: la squadra che l’aveva ingaggiato (il Montréal Impact) se l’è tenuto per 2 anni, poi ha deciso di non rinnovargli il contratto. Così dal Dicembre 2020 Bojan si è svincolato, ed è rimasto senza squadra per ben 8 mesi: del resto, dopo aver fallito in un campionato facilissimo come quello americano non ci sono molti altri posti in cui andare ma, nell’Agosto 2021, riceve un aiuto inaspettato: un suo ex compagno di squadra ai tempi del Barcellona (Iniesta) che intanto si era trasferito in una squadra giapponese (il Vissel Kobe), impietosito per la sua triste fine, suggerisce ai dirigenti di dargli una chance. E così, nonostante il flop canadese, Bojan è di nuovo in pista.

Per quanto possa sembrare incredibile, lo stesso Bojan che un tempo dribblava 4 difensori dell’Inter si è dimostrato incapace di dribblare perfino i difensori giapponesi! In 26 presenze con il Vissel Kobe, ha messo insieme la miseria di 1 gol e 3 assist, e questo nonostante il fatto che a lanciargli la palla ci fosse un fuoriclasse come Iniesta. Probabilmente a Bojan era passata la voglia e quindi non avrebbe fatto gol neanche nel campionato più scalcagnato del mondo! Proprio perché a Bojan è passata la voglia, in questi giorni ha annunciato il suo ritiro dal calcio giocato, a soli 32 anni e con un solo infortunio grave in carriera. La sua storia potrebbe suscitare tristezza e rimpianto, a me invece fa venire solo un grande sorriso: la stella di Bojan è brillata per poco, ma io quel poco me lo sono goduto fino in fondo e lo conserverò per sempre tra i miei ricordi più cari. Perché gli anni più belli di Bojan sono stati gli anni più belli anche per me: anche io a quei tempi avevo dei problemi, ma erano delle sciocchezze rispetto a quelli che ho dovuto affrontare in seguito. E lo stesso vale per Bojan: quando giocava nel Barcellona il suo problema era che doveva fare la riserva di Messi, oggi il suo problema è che non fa gol neanche in Giappone, e probabilmente pagherebbe oro per fare la riserva di Messi nel PSG.  La sua storia ci insegna ad accontentarci di quello che abbiamo, ed a considerarci fortunati anche quando ci sembra che le cose potrebbero andare meglio. Bojan è stato un ragazzo fortunato, perché la vita gli ha concesso di far parte di una delle squadre più forti di tutti i tempi (il Barcellona di Messi e Guardiola)! Il fatto che due stelle di quella squadra come Piqué e Iniesta siano ancora in contatto con lui dopo tutti questi anni, dimostra che Bojan non è stato l’erede di Messi, ma è comunque un bravo ragazzo e quindi presto o tardi la vita lo premierà. Io gli faccio un grandissimo in bocca al lupo, e anche tanti complimenti per una carriera piena di aneddoti da ricordare.

Io di sicuro li ricorderò per sempre.