Al voto al voto!

Alla fine ce l’hanno fatta a mandarci alle elezioni anticipate!

Dapprima il colpo di sole di Salvini che voleva poteri illimitati, poi il Conticidio di Renzi che ha rovesciato il governo durante la pandemia e la stesura del PNRR, adesso Conte che ha iniziato a tirare la corda senza capire che avrebbe scatenato un domino al quale Salvini e Berlusconi avrebbero contribuito con grande felicità (come abbiamo raccontato nell’ultima puntata del Podcast Il BarLungo con Simone)!

Al netto degli schieramenti di cui parleremo più avanti, la questione centrale che nessuno cita ma che fotografa perfettamente l’incapacità della classe politica italiana, è la legge elettorale con la quale andremo a votare. Ricordate? Si chiama Rosatellum, dal nome dell’indimenticabile parlamentare turborenziano che ha partorito questo obbrobrio contro il quale tutti i partiti politici si sono scagliati durante la campagna elettorale del 2018 promettendo di cambiarla non appena avessero vinto le elezioni. Poiché però nessuno ne era stato capace (o forse se ne era dimenticato), il tema era tornato in auge nel momento di votare il referendum costituzionale grazie al quale il prossimo parlamento sarà più snello. Tutti i costituzionalisti infatti, avevano messo in guardia dall’effetto distorsivo che il taglio del numero degli eletti, sommato al Rosatellum, avrebbe avuto sulla rappresentanza del nuovo parlamento! Quanti paladini del Sì al referendum avevano giurato e spergiurato che, prima delle successive elezioni politiche, avrebbero messo mano alla legge elettorale? Tutti! Quanti hanno lottato per arrivare alla riforma? Nessuno!

In mezzo alle lacrime di coccodrillo che adesso quasi quotidianamente si versa in tv, è dunque iniziata la campagna elettorale. Da una parte abbiamo la solita litanìa di un Berlusconi che ha iniziato a promettere qualcosa a tutti: 1 milione di alberi (peccato che grazie al PNRR ne pianteremo almeno 6 milioni) e mille euro al mese di pensione per 13 mensilità! Intanto Salvini, che si è fatto intervistare in mezzo a quadri di Madonne (probabilmente per ricordare quante ne sta tirando ogni volta che guarda i sondaggi di Fratelli d’Italia), ha ricominciato a sbraitare contro gli sbarchi a Lampedusa senza però dimenticarsi di lisciare il pelo a tutte le sue categorie di riferimento con la flat tax al 15% (misura tra l’altro già bocciata sia dalla Ragioneria dello Stato che dall’Unione Europea) ed il Ponte sullo Stretto perché quello non passa mai di moda. Chi invece negli ultimi giorni si sta sottraendo alle boutade elettorali è Giorgia Meloni, forse per ricalibrare la sua immagine verso una possibile premiership di governo: la signora NO che negli ultimi anni ha capitalizzato l’opposizione come meglio non poteva. Del resto in un momento di scelte dolorose per il paese, cosa c’è di più facile che stare a guardare gli altri dicendo che sbagliano sempre? Si trova sempre qualcuno scontento che si sente rappresentato dal tuo no!

Se però a destra (perché il centro mi sa che se lo sono perso per strada) riescono a marciare compatti, dall’altre parte la baraonda è servita! Fino a nemmeno dieci giorni fa Letta e Conte magnificavano le sorti del Campo Largo con la sinistra ed una parte del centro democratico e progressista in assoluta continuità con il governo Conte 2. Peccato che dopo poco più di una settimana facciano finta di non conoscersi per non doversi salutare! Intanto però, nel frattempo, il PD ha riabilitato Calenda, esattamente quello che ha preso i voti per farsi eleggere al Parlamento Europeo e poi ha salutato la comunità per farsi un proprio partito. Lo stesso che alle ultime amministrative si è presentato contro il centrosinistra in quasi tutte le realtà e che, grazie alla considerazione smisurata del suo ego, si è addirittura candidato ad essere il futuro premier del paese. Oltre a Calenda, i democratici stanno rispolverando Sinistra Italiana di Fratoianni, l’unica forza di opposizione che non è riuscita a guadagnare un voto durante il governo Draghi, ed i Verdi. Oltre ad essi però, si sta lavorando su quella che potrebbe essere la grande novità di queste elezioni politiche: una lista civica nazionale nella quale dovrebbe trovare posto quella cosiddetta società civile che negli ultimi anni sul territorio ha spesso confezionato sorprese ed ha anticipato tempi e temi rispetto alla politica tradizionale. Pare che potrebbero farne parte sindaci eletti in coalizione, ex sindaci provenienti dal Movimento 5 Stelle delle origini come Pizzarotti, personaggi del mondo della cultura. Il tutto senza dimenticare la scheggia impazzita Renzi, che sembrerebbe addirittura poter tornare alleato del PD. Insomma una marmellata assoluta!

Tutti i sondaggi dicono che il risultato sarà una valanga di destra sul paese ma molto dipenderà dal risultato dei 5 Stelle, al momento fuori dalle due aggregazioni, dai temi della campagna elettorale e soprattutto dalla battaglia nei collegi uninominali, quelli che dovevano essere ridisegnati dalla riforma del Rosatellum.

Su questo blog e nei nostri podcast seguiremo la campagna elettorale e non solo: restiamo in contatto!

Crisi o non crisi: è veramente questo il problema?

In una delle legislature più pazze della storia repubblicana le sorprese non finiscono mai! 

Dopo aver visto cambi di casacca, giravolte, carpiati (a proposito complimenti sinceri a Elio Vito che, a differenza dei vari Renzi, Calenda e Di Maio solo per citare i più famosi protagonisti di uscite dai rispettivi partiti, ha avuto la decenza di dimettersi) adesso l’ex premier Conte, colui che ha guidato un governo con la Lega prima e col PD poi, ha deciso che quel che resta del Movimento 5 Stelle non votasse la fiducia al Senato dopo averla già negata alla Camera. Ma mentre i deputati hanno la possibilità di astenersi, i senatori che non partecipano al voto sono equiparati a coloro i quali votano contro ed allora i pentastellati sono usciti dall’Aula.

In questa orgia di egocentrismo in cui ormai tutti i (cosiddetti) leaders si ritengono imprescindibili, Conte ed i gruppi pentastellati hanno deciso che la misura era colma ed il Governo dei Migliori non era più meritevole del proprio sostegno. Cerchiamo però, almeno su questo blog, di aprire un riflessione nel merito della questione e non solo rifacendosi alle proprie convinzioni politiche. Una cosa però lasciatemela dire: trovo sinceramente che la cosa più spassosa sia sentire personaggi come Renzi accusare gli altri di essere a fine corsa o politici come Di Maio accusare Conte di personalismi quando hanno creato dal nulla partiti che si fondano solo ed esclusivamente sui posti di potere da loro guadagnati grazie al consenso di un partito dal quale sono usciti senza avere nemmeno la decenza di dimettersi.

Ciò detto, possiamo senza dubbio affermare che gran parte dei temi che il Movimento ha messo sul tavolo sono ampiamente condivisibili: è vero o no che il salario dei lavoratori dipendenti italiani è sceso negli ultimi 20 anni mentre in tutta Europa è notevolmente aumentato? Possiamo dire che, nel momento in cui il riscaldamento sarà nuovamente acceso nelle case di tutti gli italiani, ci saranno difficoltà a pagare le bollette? È un’eresia pensare che mentre tutti ci riempiamo la bocca con la transizione ecologica, dare la possibilità al sindaco di Roma Gualtieri di aprire un termovalorizzatore sia un errore da matita rossa? È lesa maestà affermare che la precarietà creata dai mille contratti di lavoro possibili sta raggiungendo limiti insopportabili? E che tantissimi lavoratori hanno paghe da fame senza vedersi riconosciuto un salario con il quale poter vivere senza preoccupazioni?  

Il grande manovratore Draghi, colui che con il solo schioccare delle dita doveva risolvere tutti i problemi del paese ha dato risposte sinceramente insufficienti ed ondivaghe a tutte queste problematiche. Certo non è con i bonus a pioggia di cui Conte era diventato un totem che si risolvono i problemi del paese, ma nemmeno voltandosi dall’altra parte come sembra aver fatto questo esecutivo!

Non so sinceramente se il cosiddetto documento dei 9 punti pentastellati sia un motivo sufficiente per aprire una crisi di governo, e nemmeno so quale sia stata la reale portata delle risposte di Draghi a questo documento. Ciò che si vede però lontano un miglio è che con la scissione di Di Maio che continua ad acquisire parlamentari atterriti dall’idea delle elezioni anticipate, la regia di Giorgetti nella Lega che ha già affermato che spesso le partite hanno anche i tempi supplementari ed un PD guidato da Letta che in nome della responsabilità governerebbe anche con Meloni, Draghi potrebbe comunque avere una maggioranza con la quale continuare il proprio operato incardinando anche una bella riforma elettorale in senso proporzionale che potrebbe mantenerlo a Palazzo Chigi ben oltre il 2023. Dall’altro lato mi sembra altrettanto chiaro che Conte punti a riposizionare il proprio movimento sulla scia di quel che ha fatto Melenchon in Francia: un contenitore barricadero in cui l’ambientalismo si sposa con le rivendicazioni sociali delle categorie meno protette dal welfare e dalla giungla dei contratti lavorativi. Un movimento che si sarebbe chiamato fino a qualche anno fa di sinistra, ma che oggi viene definito populistico. Un’aggregazione che avrà certamente tanti difetti ma che, se riscuoterà successo, avrà anche un grande merito: quello di incanalare nello schema democratico e parlamentare il malcontento di tante persone che potrebbe avere sbocchi ben più drammatici!

La filastrocca dell’ambiente

Se io fossi l’ambiente
ti considererei un deficiente!
Da quanto anni ti ho avvisato?
Ma te ne sei sempre fregato.
Ed ora che il ghiacciaio si stacca sulla Marmolada
piangi come una vite tagliata.
Che tu sia di destra centro o sinistra
l’unica politica che guarda al futuro è quella ambientalista.
Negli ultimi anni tanti giovani nelle piazze hanno dato l’allarme a gran voce
ma vi siete girati di spalle in modo atroce,
ed invece di usare i vostri cervellini
avete preferito chiamarli gretini.
Nel modo si gioca a fare la guerra
senza ascoltare il dolore dell’amata terra,
l’acqua scompare e con essa i ghiacciai
ma chissà fra quanti anni finalmente capirai.
E mentre i governanti se ne fregano altamente
ci dovrebbe pensare almeno la gente.
Le persone son chiamate a destarsi dal torpore
per dimostrare alla natura il loro amore,
costringendo finalmente i comandanti del vaporetto
a governare il mondo con l’intelletto.
Per ringraziare ogni giorno delle naturali ricchezze
che invece stupriamo con enormi schifezze
non possiamo più rimandare certe decisioni:
lo volete capire bei capoccioni?

Elezioni in Francia: e ora?

Le elezioni legislative francesi dello scorso weekend meritano un approfondimento non solo per i risultati, ma anche per le ripercussioni che avranno in campo europeo.

Innanzitutto ricordiamo che la Francia è una repubblica semipresidenziale e dunque prevede l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, il confermato Macron, ed un governo che viene nominato dal Presidente in base al risultato elettorale. Non di rado in Francia si è assistito alla cosiddetta coabitazione, cioè la convivenza tra un Presidente di una parte politica ed un primo ministro di un partito diverso da quello che esprime la massima carica dello stato: ma se la situazione si sarebbe già aggrovigliata in questo caso, dopo lo scrutinio elettorale potremmo essere di fronte ad un vero e proprio caso di parlamento ingovernabile. La richiesta del Presidente Macron di avere una maggioranza chiara per poter governare al meglio è infatti stata respinta dai francesi, così come quella di Melenchon (sinistra) di avere la possibilità di provare a governare in coabitazione con Macron, stesso sogno di Marine Le Pen (destra).

In vista anche delle prossime elezioni politiche italiane, che si terranno a meno di cataclismi nel 2023, possiamo fin da subito notare alcune dinamiche molto interessanti. Come purtroppo ormai accade in quasi tutte le democrazie europee (negli Stati Uniti è sempre successo ma lì il meccanismo è più farraginoso in quanto gli elettori si devono prima iscrivere alle liste elettorali), anche in Francia ha votato meno della metà degli aventi diritto: sia al primo che al secondo turno, perché il sistema elettorale è un doppio turno di collegio, l’astensione ha toccato quota 52% e poi 53%. Segno ancora una volta che i cittadini si sentono sempre meno rappresentati da una classe politica che, uscita dalla Scuola Politica di Parigi, dalle campagne rurali o dalla società civile, resta comunque distante dai problemi quotidiani.

Se poi guardiamo alle schede, ci accorgiamo fin da subito che il vero sconfitto è Macron, ma è in buona compagnia: anche i partiti della destra moderata escono dalla consultazione con le ossa rotte anche se potranno rivelarsi poi decisivi per la formazione della nuova compagine governativa. Crescono invece le due estreme, a sinistra come a destra, seppur con una storia completamente diversa alle spalle. Da un lato Marine Le Pen, sconfitta ancora una volta nella corsa alla Presidenza, si prende una grande rivincita conquistando una pattuglia parlamentare numerosa grazie al radicamento sul territorio. La destra lepenista infatti prospera ormai da anni in Francia e stavolta, anche grazie all’astensione così alta, si aggiudica ben 89 seggi frutto del capillare lavoro sul territorio. Storia ben diversa invece è quella della sinistra di Melenchon: qui infatti non si tratta di un vero e proprio partito quanto di un cartello elettorale nato da pochi mesi, espressione di molte sigle che però hanno trovato un terreno comune su cui poter far crescere una proposta politica credibile e radicale. Il leader ha mancato di poco addirittura il ballottaggio alle presidenziali ma non è riuscito nel sogno della coabitazione probabilmente per l’insufficiente mobilitazione di giovani ed astenuti.

Saranno le prossime settimane a spiegarci meglio ciò che è realmente accaduto in questa tornata elettorale grazie ai flussi ed agli studi. Se però possiamo trarre una conclusione è che da oggi in Francia è più difficile governare: ci vorranno lunghe trattative e qualche artificio programmatico per mettere insieme una coalizione che permetta alla Repubblica Transalpina di mantenere quella centralità degli ultimi decenni quando si è spesso parlato di locomotiva franco tedesca. Se pensiamo poi al ruolo che Macron ha cercato di giocare nella guerra Russia – Ucraina, le urne lo hanno ridimensionato non poco agli occhi di tutta Europa, un continente che sembra mancare non solo di forza propulsiva dal punto di vista economico, ma anche di leadership politica. Da un Macron dimezzato, ad uno Scholz troppe volte titubante, fino ad un Draghi chiamato come àncora di salvezza ma rappresentante di quella tecnocrazia spesso detestata, si prevedono mesi difficili per l’Europa senza una prospettiva di medio-lungo periodo.

Referendum: un flop annunciato, cercato e voluto!

Una batosta colossale per i Radicali, la Lega di Salvini, Italia Viva di Renzi e tutti coloro che hanno voluto portare gli italiani ad esprimersi sui 5 quesiti meno votati della storia referendaria del nostro paese.

Appena un italiano su cinque ha sentito la voglia, l’esigenza o soprattutto il dovere morale (come nel mio caso) di recarsi al seggio per esercitare il diritto politico per antonomasia, il voto. Diciamoci la verità, anche tantissimi di quei pochi che hanno votato non hanno capito fino in fondo i quesiti referendari e soprattutto le possibili conseguenze dell’abrogazione delle leggi su cui si chiedeva un parere: questioni troppo tecniche, difficili anche per addetti ai lavori, figuriamoci per persone normali come me che cercano di approfondire, studiare ma non sono del mestiere. Cerco sempre di evitare facili populismi o scorciatoie rispetto a problemi più complessi, ma in questo caso non possiamo non notare come almeno su queste tematiche dovrebbero essere i parlamentari a decidere per nostro conto visto che hanno tutti gli strumenti per capire, approfondire, decidere: altrimenti mi spiegate che ci stanno a fare?

Al tecnicisimo dei quesiti si è poi aggiunta una (non) campagna referendaria! Sono felice di essere stato tra i pochi a fare un pò di informazione con i nostri Podcast “BarLungo con Simone” nei quali abbiamo dedicato due puntate al referendum, ma è stato chiaramente una goccia nell’oceano del silenzio. I principali mass media hanno pressoché ignorato l’appuntamento ed anche i partiti hanno fatto a gara a non pronunciarsi in merito. Solo alcuni, tra cui i partiti dei due Matteo, hanno provato a raggranellare un pò di visibilità grazie ai quesiti ma, mentre la Lega ha poi gridato al complotto per la scarsissima partecipazione al voto, Italia Viva si è liquefatta in un silenzio che probabilmente fotografa al meglio la posizione del partito del Rinascimento Arabo: il nulla.

Se da un lato la difficile comprensione della materia referendaria non ha aiutato, dobbiamo però dire che lo scarso appeal è dovuto anche alla siderale distanza che i quesiti avevano rispetto alla vita quotidiana delle persone. I rincari stanno mangiando gran parte dei salari, il potere d’acquisto è in perenne discesa da anni, la guerra tra Russia ed Ucraina non sembra offrire alcuno sbocco di pace, il lavoro è sempre più malpagato e veniamo chiamati a votare sul modo in cui si eleggono i membri togati del CSM? Oppure sulla Legge Severino? Ma con tutti i problemi che la gente quotidianamente affronta, a metà giugno secondo voi i cittadini fanno le corse ai seggi per questi quesiti? Ed intanto le persone continuano a non poter decidere cosa fare della propria vita perché i quesiti che veramente potrebbero interessare, come l’eutanasia o la cannabis terapeutica, sono stati bocciati! Che paese è quello in cui si continua a non voler aiutare le persone ad avere una morte dignitosa ma nel contempo diamo la possibilità della sedazione profonda?

La verità è che negli ultimi anni la classe politica sta facendo di tutto per uccidere uno dei pochi istituti di democrazia diretta che ha regalato a questo paese scatti decisivi verso una vita più dignitosa in materia di diritti civili. Io non so quali possano essere le riforme che tengano in vita ed anzi rafforzino l’istituto referendario: alcuni parlano di circoscrivere l’area di intervento del referendum, altri di aumentare i requisiti necessari all’ammissibilità, quel che so è che il potere dei cittadini di intervenire direttamente in politica non deve essere diminuito, ma solamente disciplinato in modo che si allarghi la partecipazione anziché restringerla perché come cantava Giorgio Gaber

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche il volo di un moscone

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione

Vasco è ancora un inno alla vita!

E’ stata una vera e propria liberazione l’opportunità di tornare a vedere un concerto dal vivo all’aperto!

Dopo una prima esperienza con Brunori Sas al Mandela Forum nelle scorse settimane, grazie a Vasco Rossi al Parco del Visarno siamo finalmente tornati a scatenarci senza alcuna limitazione né preoccupazione in un prato immenso, circondati da gente festante, in mezzo ad abbracci, sorrisi, lacrime e sudore!! L’attesa di questi due anni e mezzo ci ha certamente segnati e provati, ma quando alle 21 in punto la musica ha iniziato a farci vibrare il cuore e le budella abbiamo capito che finalmente Vasco era tornato e potevamo riappropriarci di un altro pezzo della nostra esistenza.

E’ stato un inno alla vita, uno schiaffo al Covid, ed un immenso vaffanculo a questa guerra incomprensibile che ci vorrebbe far tornare indietro di colpo di almeno 50 anni! Come al solito il rocker di Zocca non si è fatto pregare nello schierarsi apertamente in relazione agli accadimenti del momento: a favore della musica, della libertà di amarsi senza pregiudizi (vedasi il testo di “L’Amore L’Amore“), a favore dei vaccini confermando di aver completato il ciclo delle tre dosi, ma soprattutto contro una guerra ingiusta di aggressione. Il gioco di luci messo in scena durante “C’è chi dice no” e “Gli spari sopra” ha richiamato senza esitazioni alle immagini dei combattimenti che quotidianamente siamo costretti a vedere in tv per la follia di un uomo che crede ancora alla legge del più forte.

Le due ore e mezzo di spettacolo ci hanno condotto nel consueto zig zag tra ballate anni 80, rock più duro e struggenti canzoni d’amore interpretate con la consueta forza espressiva che solamente Vasco Rossi riesce a regalare con impressionante regolarità. La perfetta miscela tra rock, poesia, spettacolo e divertimento puro resta la chiave con cui Vasco Rossi entra nei cuori dei propri fans da ormai quasi mezzo secolo. Senza considerare poi le continue sorprese che il rocker di Zocca si diverte a impacchettare per tutti noi che continuiamo a seguirlo come un messia laico: sono personalmente rimasto affascinato da una sezione fiati di incredibile bravura, capace di assoli fantastici, come di accompagnamenti delicati e deliziosi. E non può poi mancare un’ultima parola per il Gallo, Claudio Golinelli, storico bassista di Vasco che dopo i problemi di salute è salito sul palco solo per gli ultimi pezzi ma, come dice Bomber Simo, “non c’è sballo senza il Gallo!

Una serata che ci ha finalmente permesso di ritrovare quel sentimento di liberazione, festa e fratellanza che temevamo di aver smarrito:

FINCHE’ C’E’ MUSICA, C’E’ SPERANZA!

Un ritorno a teatro pieno di emozione

Oggi torno a parlare di me, delle mie emozioni, delle mie passioni, delle mie amicizie.

Dopo anni, e purtroppo non è un modo di dire, la scorsa settimana sono finalmente tornato a gustarmi uno spettacolo teatrale in un posto alternativo con un trio di artisti bravissimi e molto simpatici. Per tanti anni abbiamo ascoltato quella stanca litanìa sui posti di Firenze abbandonati, da riqualificare, da tenere aperti tutto l’anno con iniziative ed idee che colmassero vuoti cittadini. Ecco il posto in cui sono stato, con famiglia ed amici, a vedere lo spettacolo di cui parlerò tra poco è esattamente la fotografia di ciò di cui parlavo. Il teatro Instabile ha reso possibile l’utilizzo di uno spazio che negli ultimi anni veniva sfruttato solamente nei mesi più caldi dell’anno con cene, grigliate, musica: insomma la tradizionale e benedetta festa che serviva a tenere in piedi le attività del Circolo ARCI La Loggetta. Attività edificanti rette dai volontari con i quali mi onoro di aver collaborato, fondamentali per il quartiere, ma limitate nel tempo. Con la nuova gestione invernale e primaverile, si tengono invece corsi di circo e teatro per grandi e piccini, yoga ed altre arti che svolgono un ruolo prezioso quale presidio territoriale e culturale.

In questo tendone circense è inoltre stato ricavato un piccolo teatro in cui i bambini possono anche accomodarsi su dei cuscini messi a terra per poter quasi toccare gli artisti. Eh già, perché proprio di artisti si parla quando si nomina il Trio Trioche composto da Franca Pampaloni, Irene Geninatti e Nicanor Cancellieri. La loro particolarità è che fanno uno spettacolo in cui musica, recitazione, comicità e divertimento riescono a mescolarsi con un’armonia disarmante. Tecnicamente bravissimi e sempre in evoluzione (ad esempio Nicanor è migliorato tantissimo nel canto), portano in scena lo spettacolo la cui locandina è diventata la copertina di questo pezzo e che doveva debuttare il 23 febbraio 2020, esattamente pochi giorni prima dello scoppio della pandemia. Non sono un tecnico, né uno studioso musicale, ma la miscela di recitazione (tra l’altro in parte in francese, in parte in spagnolo mescolato ad italiano), musica classica, opera e pezzi addirittura hard rock hanno un effetto esplosivo. Non voglio nemmeno immaginare il lavoro, lo studio e l’impegno che c’è dietro ad uno spettacolo come questo che ti fa volare via un’ora in un minuto. E non solo: la capacità di coinvolgere bambini di nemmeno 6 anni come il mio piccolo Mattia che si è messo spesso a battere le mani a tempo, appassionati di musica come Claudia e la sua amica Valentina e di far divertire gente che solitamente abita gli stadi anziché i teatri come il sottoscritto è veramente stupefacente. Questa penso sia la vittoria più importante dell’arte, del teatro e della musica cioè riuscire a coinvolgere tutto il pubblico senza far sentire nessuno escluso: l’arte come simbolo di fratellanza e di comunità.

Quella stessa fratellanza che esiste tra me e Nicanor da ormai più di 30 anni, quando ci siamo trovati nella stessa classe al Liceo a condividere insufficienze gravi a matematica, occupazioni e manifestazioni di piazza dietro a quell’idea di futuro che ancora oggi rincorriamo senza però averla raggiunta. Forse proprio per questo ancora oggi, nonostante le nostre strade si siano divise abitando addirittura in nazioni diverse, appena c’è l’occasione di rivedersi non esitiamo a riunire le nostre due famiglie come se fossero anche loro studenti della mitica sezione E del Liceo Gramsci!