Filastrocca politica

Ormai un mese è passato,

da quando per il Governo Draghi il Parlamento ha votato,

e la sbornia sui giornali è ancora grande

anche se qualcuno è ormai rimasto in mutande.

I ministri del Premier Draghi

sono stati presentati come maghi

anche se per ora sembran più Cristiano Biraghi.

Quando AstraZeneca è arrivato,

con tanta gioia abbiamo festeggiato,

ma adesso che è stato ritirato il vaccino,

dal Premier vorremmo almeno un messaggino.

Magari non una conferenza stampa in stile Casalino,

ma due parole per tranquillizzare noi povero popolino.

Il governo Conte 2 i soldi per i ristori aveva trovato,

ma lo statista di Rignano con la crisi tutto ha bloccato,

intanto tra un po’ ripartono i licenziamenti

che certamente non toccheranno i loro parenti.

Il prossimo decreto si chiamerà sostegno,

ma fate in fretta che la povertà lascia un grande segno!

Si parla di riforma degli ammortizzatori sociali,

parole che spesso han fatto felici gli industriali.

Draghi ed i suoi sono stati presentati come i migliori,

ma noi chiediamo solamente che la gente lavori.

Col Generale Figliuolo che farà miracoli col piano vaccinale,

speriamo che i figli a scuola ed a fare sport possano tornare,

migliori o peggiori a noi poco importa,

ma se va avanti così avremo un’Italia morta.

I nonni

Negli ultimi giorni ha fatto scalpore una notizia in merito all’utilizzo del bonus baby sitter. Il Governo Conte 2 per fronteggiare la pandemia ha fatto spesso ricorso all’introduzione di bonus alcuni dei quali certamente discutibili (come il bonus monopattino o il bonus bici), altri invece assolutamente condivisibili come il bonus vacanze oppure proprio il bonus baby sitter.  Nato nella fase del lockdown dovuto alla prima ondata per affrontare le spese che le famiglie dovevano sostenere a fronte della chiusura delle scuole, poteva raggiungere l’importo massimo di 1.200 euro per pagare quelle persone che accudivano i bambini durante le ore in cui i genitori lavoravano.

Il bonus è stato largamente utilizzato visto che più di 700.000 famiglie lo hanno richiesto, ma quello che ha sorpreso molti è la destinazione d’uso di tale bonus. A quasi un anno di distanza, i dati raccontano che quasi i due terzi dei percettori sono risultati i nonni! Il 61% delle persone pagate con il bonus infatti, hanno più di 60 anni e sono dunque i nonni dei bambini che si sono ritrovati da un giorno all’altro a casa a confrontarsi con la didattica a distanza, la chiusura delle attività sportive, la mancanza dei rapporti sociali.

Ancora una volta trovo che il clamore della notizia sia dettata dalla distanza che i commentatori hanno dalla vita reale. Se qualcuno non se ne fosse ancora accorto, i nonni sono spessissimo il vero welfare state, lo stato sociale della società contemporanea. Con contratti di lavoro sempre più precari, orari sempre più flessibili, aperture domenicali ormai pressoché scontate, i genitori di oggi devono per forza rivolgersi ai propri cari per farsi aiutare nella cura dei bambini. E la collaborazione intergenerazionale, certamente rafforzata dalla pandemia, era già presente e lo sarà di nuovo anche nei periodi in cui la scuola è aperta e tutte le altre attività collaterali funzionano. Per non parlare poi delle situazioni in cui i nonni aiutano anche economicamente i propri figli e nipoti fiaccati da lavori intermittenti, rate di mutuo divenute troppo alte dalla crisi economica, asili nido privati i cui costi non sono sostenibili.

La sempre maggior importanza dei nonni nella cura dei bambini, apre poi anche problemi e contraddizioni relazionali che sono gestibili solo in un leale rapporto di collaborazione. E’ ingiusto, oltre che sbagliato, chiedere ai nonni di educare i propri figli! Tale idea è profondamente ingiusta perché da una parte suona come una mancata presa di coscienza nei confronti del ruolo dei genitori, e dall’altra priva i nonni di uno dei piaceri della vita, il diritto a viziare i propri nipotini. Il ruolo di educatori, i nonni lo hanno già interpretato, nel giusto e nello sbagliato, nei nostri confronti… non spetta dunque più a loro educare alla vita! Adesso per loro si apre quella meravigliosa fase in cui si può accompagnare per mano i sogni dei propri nipoti cercando di tramandare, grazie alla propria esperienza di vita, dei piccoli insegnamenti che i bambini non vogliono sentirsi impartire dai genitori. Quegli splendidi momenti in cui una parola, un’esperienza, un gelato insieme, segna per sempre la vita dei propri nipoti grazie a ricordi che rimarranno indelebili nei loro cuori.

E voi vorreste annacquare tutto questo con precetti, regole e punizioni? Non scherziamo per favore… per quello ci sono il babbo e la mamma!!

Il talento – parte sedicesima

Come preannunciato nell’articolo di ieri, passiamo adesso a vedere quali potranno essere le ripercussioni dell’elezione del nuovo presidente federale in relazione al talento e dunque alla sua crescita nelle nostre scuole calcio.

Nello specifico, cercherò di approfondire le tematiche del programma del Presidente Gravina care ai 690.000 tesserati dei settori giovanili calcistici sparsi per il nostro paese la cui passione viene troppo spesso dimenticata e senza la quale la piramide del calcio professionistico non esisterebbe e non potrebbe sopravvivere. A fronte di un programma elettorale di 128 pagine, il Settore Giovanile e Scolastico ne occupa solamente due, con idee che guardano al futuro con i piedi ben radicati nolo solo nel presente, ma anche nel passato rispolverando idee già viste e conosciute.

La prima idea che troviamo per il futuro è quella dell’implementazione e rafforzamento dei Centri Federali di Formazione Territoriale, il primo dei quali fu quello fiorentino delle Due Strade, per il quale il compianto e mai abbastanza rimpianto Presidente Regionale Fabio Bresci lottò fino a riuscire ad ottenerlo nel 2015. Questi Centri, ormai disseminati in tutta Italia, sono dei luoghi in cui i tecnici federali provvedono a fare aggiornamento con i tecnici ed a sperimentare nuove metodologie di allenamento per i giovani calciatori e calciatrici. Un polo di eccellenza per la valorizzazione e la formazione tecnico sportiva non solo dei giovani, ma anche dei tecnici, dei dirigenti e dei genitori delle società del territorio. Inevitabilmente si parla di un progetto a medio-lungo termine che potrà iniziare a dare i frutti dopo alcuni anni, ma comunque un occhio proiettato finalmente nel futuro grazie alla ricerca, la sperimentazione, lo scambio di conoscenze. L’idea innovativa è poi affiancare a questi centri di formazione delle vere e proprie accademie federali che invece si concentreranno sui migliori talenti nazionali per affinare le doti più prettamente tecnico-calcistiche. Sull’esempio di altri paesi europei, come ad esempio la Francia, anche in Italia dunque si cercherà di non disperdere il talento utilizzando una metodologia unica raggruppando i migliori gruppi fin dalla giovane età.

Nell’ambito poi della formazione, si richiama anche l’idea di un’apertura all’esterno dei nostri confini. Nel programma di Gravina infatti, si fa esplicito riferimento alla volontà di rafforzare l’interscambio con le altre federazioni per cercare di arricchirsi in ogni ambito calcistico. Lo scambio di nozioni relative alle metodologie di allenamento rivolto principalmente ai tecnici, ma anche la conoscenza delle diverse normative relative all’impiantistica sportiva, al tesseramento dei giovani calciatori, al modo in cui si affrontano i diversi problemi nei vari paesi europei. Anche in questo caso dunque, un’idea di apertura verso gli altri che il calcio italiano, chiuso nella sua idea di essere il migliore, ha troppo spesso trascurato.  

Se invece guardiamo al campo, alle gare, all’organizzazione dei campionati ed alla vita delle società, il programma non è sufficientemente dettagliato poiché probabilmente i temi sono troppo spinosi per poter essere spiegati in poche righe. Quanto all’organizzazione dei campionati infatti, Gravina ed il suo staff parlano di un rafforzamento della continuità dei campionati non spiegando però bene cosa voglia dire. La speranza è che non si voglia affinare ulteriormente il concetto di ricerca spasmodica dei campionati di èlite, una strada che ha portato alla guerra tra società nella ricerca dei bambini più bravi. L’idea dei Centri di Formazione Federale e dell’Accademia credo sia più che sufficiente per individuale e lavorare sui prospetti più interessanti del panorama nazionale.

Ancora più nebuloso è poi il modo in cui si pensa di risolvere le ormai ataviche controversie relative al tesseramento dei calciatori. Detto che la riforma Spadafora, con la conseguente cancellazione del vincolo è ormai tramontata, il programma del prossimo quadriennio è una pura dichiarazione di intenti. Si vuole infatti tendere ad una rivisitazione degli indennizzi economici ma non si spiega né il modo né la tempistica, senza considerare poi che la meccanica del premio di preparazione è già stata riformata pochi mesi fa come abbiamo detto in un altro appuntamento della rubrica.

Sono invece stato colpito al cuore nel leggere gli obiettivi del prossimo mandato relativamente al rapporto con gli istituti scolastici. Finalmente si torna a parlare di questo importante capitolo seppur senza brillare di originalità. La volontà è infatti quella di rafforzare, anche se sarebbe meglio usare la parola riprendere, il rapporto con un mondo che negli ultimi anni è stato trascurato con l’obiettivo di promuovere i valori più sani di questo sport meraviglioso e di far conoscere meglio il regolamento del gioco del calcio. Tutti obiettivi molto importanti e nobili che già erano stati perseguiti nella prima decade di questo millennio, così come quello di far assaggiare nuovamente ai bambini di oggi il calcio come lo si giocava anni fa. Con il progetto Calcio in Strada infatti, la FIGC tende a riportare i bambini a praticare uno sport completamente destrutturato per il solo gusto di correre dietro una palla, senza regole asfissianti, ansia da risultato, classifiche astruse. Progetto bellissimo, se non fosse che è praticamente uguale a quello a fine anni 90 si chiamava “Stradacalciando”, di cui sono stato tra gli organizzatori quando facevo parte del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC.

Tutto bello, tutto condivisibile, magari se si desse anche merito a chi queste manifestazioni all’epoca inventò e portò a giro per l’Italia (e non parlo certamente di me) sarebbe tutto ancora più bello, oltre che giusto ed onesto.

Il talento – parte quindicesima

Nell’ultima puntata della rubrica ho cercato di approfondire sinteticamente gli aspetti più importanti relativi al tesseramento dei ragazzi e dei bambini. Ciò che ho scritto potrebbe però essere spazzato via dalla Riforma dello Sport dell’ex Ministro Spadafora. Vediamone i cardini.

Diciamo subito che i tempi per la conversione attraverso le competenti Commissioni sono strettissimi visto che il termine ultimo è il 28 febbraio. Considerando poi che il nuovo governo Draghi non ha nemmeno il Ministero dello Sport risulta difficilissimo che la legge veda la luce, ma ciò che interessa è il dibattito che si è scatenato intorno ad essa.

I tre temi fondamentali della riforma interessavano il professionismo del calcio femminile, l’abolizione del vincolo sportivo ed il riordino delle società e dei relativi collaboratori. Partendo dal primo tema, credo sia giustissima l’equiparazione delle calciatrici ai calciatori in linea teorica. Ciò che però dobbiamo considerare è la sostenibilità di tale opzione: come sappiamo nel calcio maschile da anni si dibatte sulla possibile (per me necessaria) diminuzione delle società professionistiche con l’abbassamento del numero delle squadre che disputano i vari campionati a partire dalla Lega Pro. Questo perché i costi fissi non sono più sostenibili e non lo erano nemmeno in periodo pre-pandemico. Credo dunque che debba essere pensata l’equiparazione non d’imperio, ma con una programmazione pluriennale in cui il professionismo avvenga dopo che saranno aumentati gli introiti attraverso gli sponsor, i diritti televisivi, le politiche commerciali e gli incassi dei botteghini. Fare il passo subito rischia di far collassare i piccoli nel breve volgere di un paio di stagioni. Proporrei dunque di attuare un piano quinquennale di sviluppo al termine del quale introdurre l’equiparazione delle calciatrici professioniste.

Quanto poi al vincolo sportivo, possiamo dire che è una tematica scottante. Dobbiamo renderci conto che il mantenimento del vincolo rappresenta uno dei pochi sostentamenti economici che le società hanno. Toglierlo e liberalizzare tutto significa svantaggiare soprattutto quelle società che curano il settore giovanile ma non hanno le categorie di élite o i campionati regionali di cui abbiamo parlato ultimamente. Credo che sia necessario riconoscere a chi ha seguito, cresciuto e formato il ragazzo, un indennizzo nel momento in cui questo se ne va. Purtroppo però, sappiamo anche che molti dirigenti o squadre utilizzano il vincolo come arma di ricatto nei confronti di famiglie o società avversarie arrivando anche a far smettere ragazzi che vorrebbero continuare solamente a divertirsi. Io ho una proposta che cerco di portare avanti da anni: ogni calciatore deve avere un proprio parametro che la società presso la quale va a giocare deve riconoscere alla società cedente e tale importo deve essere gestito dal Comitato Regionale di competenza. Faccio un esempio: il calciatore Pippo si trasferisce dalla società A alla società B. Nel momento in cui il ragazzo firma il cartellino con la nuova squadra, il Comitato addebita il parametro fisso a B ed esegue l’accredito ad A sul conto federale. Poiché il Comitato Regionale gestisce sia il tesseramento che la contabilità e detiene un conto federale per il tesseramento ed uno per l’attività agonistica, il passaggio di denaro sarebbe alla luce del sole, non ci sarebbero diatribe né trattative strane. In questo modo poi, il ragazzo sarebbe libero di accasarsi dove vuole mentre le società avrebbero l’indennizzo deciso dalla FIGC a seconda della categoria da cui proviene e quella della squadra in cui va a giocare. Mi sembra una soluzione semplice, corretta, veloce e pulita.

Quanto poi alla parte relativa al riordino delle società, credo che questo sia il problema più spinoso della riforma. Con la nuova legge, le società sportive sarebbero equiparate ad alcune forme di imprese con la conseguenza di dover trasformare i collaboratori sportivi in lavoratori dipendenti. Ciò scriverebbe la parola fine alla storia della stragrande maggioranza delle società sportive. Come tutti sappiamo infatti, alcuni tecnici ed allenatori dei nostri bambini hanno un rimborso spese mentre altri prestano la loro opera come volontari. Obbligare questo mondo a regole speculari alle aziende, significa non conoscere la materia di cui si sta parlando. La sempre maggiore professionalizzazione delle società sportive sta già portando molte di esse ad assumere, seppur con forme contrattuali saltuarie, alcuni operatori, ma chiedere di diventare un’azienda dall’oggi al domani rischia di uccidere un settore che già così presenta grandissimi rischi.

La riforma è dunque quantomeno da emendare fortemente, ma il governo Draghi, con la mancata costituzione del Ministero dello Sport, sembra non avere grande urgenza di occuparsene. Ciò che è comunque necessario, è cercare di riformare il mondo dello sport dal di dentro o comunque in collaborazione con esso: le riforme calate dall’alto non hanno mai funzionato.

Alla prossima!

Il talento – parte quattordicesima

Dopo aver sollevato il problema relativo alle migrazioni in massa di bambini ed adolescenti dalle società di quartiere alle società più blasonate per la volontà di giocare i cosiddetti campionati di élite, passiamo adesso a vedere quali sono le armi di difesa a disposizione dei più deboli.

Voglio essere chiaro fin da subito: le possibilità di difendersi sono molte vicino allo zero fino alla Categoria Allievi! Purtroppo nelle categorie inferiori ci dovrebbe essere un patto tra gentiluomini, un accordo di non belligeranza o meglio di rispetto reciproco per cercare di non “rubarsi” i ragazzi a vicenda contattandoli direttamente o indirettamente. Dovrebbe cioè essere il ragazzo e la sua famiglia a decidere liberamente dove andare a giocare l’anno successivo. In realtà, così non è: spesso le società professionistiche o anche i direttori sportivi ed i responsabili delle scuole calcio dilettantistiche iniziano a chiamare i bambini e le relative famiglie fin da età tenerissime per convincerli ad andare a giocare da loro.

A questo malcostume poi, si aggiunge quello più grave di tutti, cioè quello di alcuni tecnici ed istruttori delle scuole calcio che spostano intere squadre da una società all’altra. Quando in passato ho ricoperto il ruolo di tecnico e di istruttore ed ho cambiato società, ho sempre messo un paletto insuperabile: mi sarei spostato solamente se mi avessero affidato un’annata diversa da quella che allenavo precedentemente. Questo per due motivi fondamentali: il primo era per vedere se alla persona con cui parlavo interessavano le mie qualità o i bambini che allenavo, il secondo era che non volevo essere il passepartout per giochetti che sinceramente trovo inaccettabili. Purtroppo invece, troppo spesso tecnici ed istruttori sono i primi a contattare i ragazzi (direttamente o indirettamente) per portarli nella nuova società. Questo atteggiamento, questo modo di agire si commenta da solo.

Detto del rapporto di rispetto reciproco che ci dovrebbe essere tra le società, passiamo adesso ad analizzare la legislazione del tesseramento calcistico. I bambini che iniziano a giocare a calcio firmano, contestualmente ai genitori, un tesseramento annuale e dunque alla fine di ogni stagione sportiva sono liberi di trasferirsi altrove. Tale vincolo temporale resta immutato fino al compimento del quattordicesimo anno di età quando i ragazzi possono decidere di firmare un vincolo che li lega alla società fino al compimento del venticinquesimo anno. Tale vincolo è opzionale tra il compimento del quattordicesimo anno ed il sedicesimo, mentre diventa obbligatorio quando il ragazzo compie i sedici anni. Il problema dunque è che spesso i bambini entrano in una scuola calcio a sei anni, ci stanno fino ai 12 o 13 e poi si spostano in un’altra società senza alcun indennizzo a favore di chi il bambino lo ha formato, lo ha cresciuto, gli ha fornito servizi.

Per ovviare a questa problematica la FIGC prevede per la società che perde il ragazzo il cosiddetto premio di preparazione che scatta nel momento in cui il ragazzo firma il vincolo. Fino alla stagione 2018/2019, il premio di preparazione veniva suddiviso tra le ultime due società che avevano tesserato il ragazzo nelle ultime tre stagioni: i 2/3 del parametro spettavano all’ultima, mentre 1/3 alla penultima. Il parametro economico da versare alle vecchie società, era ed è tuttora calcolato sulla categoria in cui milita la prima squadra della società che acquisisce il ragazzo: se gioca in Eccellenza il parametro sarà dunque più alto rispetto al caso in cui la prima squadra gioca in Seconda Categoria.

Nella stagione 2019/2020 però, è stata introdotta una riforma che ha lo scopo di premiare un maggior numero di società che hanno concorso alla formazione del ragazzo. In base alla nuova legislazione infatti, il premio di preparazione spetta a tutte le società che abbiano tesserato il ragazzo negli ultimi 5 anni diviso in parti uguali. Dunque il 20% per ognuna moltiplicato per il numero di stagioni in cui il ragazzo è stato da loro cresciuto e formato. Meglio? Peggio? E’ ancora presto per dirlo. Le due stagioni in cui è stata sperimentata la nuova legislazione sono state disgraziate e dunque attendiamo ancora un pò di tempo prima di dare un giudizio.

L’ex Ministro Spadafora però, con la riforma dello sport, sembrava voler cambiare tutto: ne parliamo nella prossima puntata!

Il talento – parte tredicesima

Dopo aver esaminato i cambiamenti organizzativi dei campionati del settore giovanile, ed in particolare il salto repentino al di fuori della scuola calcio, in questa nuova puntata della rubrica cercheremo di sottolineare anche gli effetti causati da questi cambiamenti nei confronti delle società più piccole.

Come già accennato nel capitolo relativo alle società professionistiche che prendono parte ai campionati dei bambini, il prezzo più alto viene pagato dalle società di quartiere. La volontà da parte di tutti di partecipare ai campionati migliori, quelli di élite, spinge le società più in vista a rastrellare i bambini più bravi per portarli a giocare tutti insieme. Il concetto di campionati regionali con retrocessioni e promozioni e di campionati provinciali con promozioni a quelli regionali, credo sia assolutamente giusto e necessario. C’è un momento nella vita in cui quelli che si meritano di più, è giusto vengano ricompensati, ma il problema nasce quando le società che hanno permesso a quei bambini di migliorare e crescere, vengono depredate di squadre intere senza alcun indennizzo. Fermo restando la discussione sul cosiddetto vincolo sportivo che approfondiremo nella prossima puntata, ciò che invece voglio sottolineare è il sottobosco che esiste ed è sempre esistito tra le società dilettantistiche. I direttori sportivi cercano di invogliare i bambini delle società concorrenti per farli andare a giocare nella propria squadra, spesso promettendo chissà cosa: non soldi, ci mancherebbe! Ma molti scommettono sull’arrivismo dei genitori raccontando di conoscere osservatori che magari potrebbero mettere nel mirino il figlio giocando in un società più importante o più in vista. Quanti genitori o bambini ci sono cascati? Quanti hanno fatto decine di chilometri più volte alla settimana nella speranza che quel fantomatico osservatore o intermediario vedesse il proprio figlioletto?

Ricordiamoci poi che la distinzione tra campionati regionali e provinciali già tende ad una progressiva selezione all’interno dei campionati e delle rispettive squadre. Allora mi chiedo… ma c’era proprio bisogno di inserire nei campionati regionali anche i girone di élite? Si perché, come se non bastasse la distinzione tra provinciali e regionali, negli ultimi anni abbiamo anche inventato i gironi di élite dei campionati superiori, quasi come se fossero una via di mezzo tra il professionismo ed il dilettantismo, una sorta di Serie D giovanile. Io penso sinceramente che tale campionato abbia un senso (anche se tutto da dimostrare) nella categoria Allievi (14-16 anni) poiché una volta usciti da lì, i ragazzi più pronti potrebbero già essere inseriti nel giro della prima squadra. Ecco allora che un ragazzo che nell’anno successivo potrebbe doversi confrontare in un campionato di Promozione o Eccellenza, è certamente più pronto se ha già fatto un campionato di élite in cui si è confrontato con tutti i ragazzi più bravi della propria regione. Ma nel campionato Giovanissimi (12-14 anni) non ne vedo proprio la necessità. Tanto più che alcuni ragazzi che magari escono dal campionato di élite, saranno “costretti” a cambiare società se vorranno continuare a giocare allo stesso livello perché la propria squadra non ha quella categoria nell’anno successivo. Anche perché altro frutto malato di questo meccanismo è che tende fortemente all’autoconservazione: le squadre che giocano il girone di élite sono sostanzialmente quasi sempre le solite poiché inizialmente hanno attirato i ragazzi più bravi grazie alla propria affiliazione con società professionistiche. Grazie a ciò hanno vinto i campionati nelle stagioni passate ed adesso, in forza di quel titolo, riescono a strappare gli adolescenti più bravi alle altre società di vicinato. Insomma un cane che si morde la coda a tutto svantaggio dei più piccoli.

Ma almeno le società di quartiere vengono ricompensate in qualche modo? Lo vedremo nella prossima puntata!

Il talento – parte dodicesima

Nell’ultimo capitolo della nostra rubrica, abbiamo cercato di approfondire quali siano le storture dal punto vista dell’organizzazione dei campionati nel passaggio dalla scuola calcio al settore giovanile. Molto spesso quelli che possono sembrare piccoli cambiamenti regolamentari non vengono analizzati a fondo per capirne le ricadute sugli utenti finali. Nel caso specifico dei campionati di calcio giovanili, dietro a questo odioso termine non si nascondono dei semplici consumatori di un prodotto e dunque dobbiamo essere in grado di capire cosa comporta ogni cambiamento in una fascia di età tanto delicata come quella dei 12-14 anni.

La realtà è che il salto troppo repentino verso i campionati in cui iniziano a contare i risultati, le classifiche ed i gol segnati e subiti, possono scatenare nei nostri bambini ed adolescenti sentimenti contrastanti. Negli individui meno pronti, questa precipitazione può instillare ansia da prestazione, paura di sbagliare, mancato divertimento ed in alcuni casi il nostro piccolo calciatore può arrivare perfino ad abbandonare la pratica sportiva. Insomma, comunque la si guardi, una sconfitta cocente per il nostro movimento.

Secondo molti studi infatti, è la fascia dai 14 ai 16 anni quella in cui i nostri ragazzi lasciano maggiormente le società sportive e questo dovrebbe farci riflettere per cercare di trovare soluzioni che limitino la dispersione e, nello stesso tempo, offrano un’alternativa a questi ragazzi. Il Settore Giovanile e Scolastico della FIGC, tra la fine degli anni novanta e la prima decade del 2000, aveva instaurato un fecondo rapporto di collaborazione con le scuole che aveva dato ottimi frutti. Ricordo che una delle iniziative più importanti, sia dal punto di vista promozionale che dal punto di vista pedagogico, era la possibilità di fare corsi per arbitro nelle scuole superiori. Proprio in quella fascia in cui l’abbandono era massimo infatti, la FIGC aveva portato il messaggio che si poteva essere protagonisti nel mondo del calcio anche interpretando un altro ruolo rispetto a quello del calciatore: ecco allora che coloro i quali amavano questo splendido gioco, potevano continuare a farne parte frequentando il corso per arbitro e mettendosi fin da subito alla prova. Nei tornei scolastici infatti, i ragazzi del corso, arbitravano le gare insieme ai tutor delle sezioni arbitrali che, dopo aver svolto il corso in qualità di docenti, affiancavano il nuovo piccolo Direttore di Gara nelle prime esperienze da arbitro. Questo è solo un esempio di un fecondo rapporto di collaborazione che ha portato negli anni ottimi risultati di cui cito solo alcuni esempi: tantissime bambine hanno provato a giocare a calcio grazie all’intervento di operatori esterni nelle scuole di ogni ordine e grado e grazie alla partecipazione ai tornei scolastici, molte maestre di scuola primaria e dell’infanzia hanno avuto l’occasione di conoscere meglio le metodologie di insegnamento dell’attività motoria grazie ai corsi di aggiornamento offerti dalla FIGC, tanti ragazzi che avevano abbandonato il campo da gioco sono tornati ad essere protagonisti grazie ad un fischietto in bocca. Non è forse questo l’obiettivo primario di un settore di servizio quale quello della FIGC?

Purtroppo però, quel periodo d’oro sembra essersi esaurito ed anche le società sembrano in gran parte essere tornate ai vecchi vizi precedenti. Ne parleremo nella prossima puntata!

Il talento – parte undicesima

Mentre la rubrica volge ormai al termine, i candidati alla Presidenza della F.I.G.C. non sono ancora stati molto chiari in merito ai propri programmi per il prossimo quadriennio. Il 22 febbraio le componenti federali saranno chiamate a scegliere tra Gabriele Gravina, Presidente uscente, e Cosimo Sibilia, Presidente della Lega Nazionale Dilettanti nonché attuale vice Presidente.

Come spesso accade le idee in merito al futuro dell’Ente che si andrà a presiedere in caso di vittoria, sono oscurate dalle lotte di potere che anticipano la scadenza elettorale. Dal basso di questo pulpito, vorrei segnalare che il Settore Giovanile e Scolastico negli ultimi anni ha perso quella spinta propulsiva che aveva reso possibile un cambio di paradigma culturale nel lavoro delle scuole calcio e dei settori giovanili delle società dilettantistiche. Tale slancio è stato appannato da scelte sbagliate soprattutto nell’organizzazione delle competizioni, poiché è poi la gestione dei campionati che indirizza il lavoro delle società.

Detto dell’errore in merito alle società professionistiche, passiamo adesso ad analizzare la filiera dei campionati nel passaggio dall’ultimo anno degli Esordienti (facente parte ancora della scuola calcio) al primo anno della categoria Giovanissimi (primo anno di settore giovanile). Dovete considerare che le differenze tra queste due categorie sono molteplici e dunque tratterò solamente le più importanti:

  • Nella categoria Esordienti i bambini sono impegnati a giocare con squadre composte da 9 bambini mentre in quella successiva si inizia a disputare gare di calcio a 11
  • Nel nuovo campionato, Giovanissimi B, si introduce la figura dell’arbitro ufficiale con tutte le regole del “calcio dei grandi”: dunque oltre al fuorigioco, anche la presenza di cartellini gialli e rossi di cui troppo spesso si sottovaluta l’impatto emotivo e psicologico
  • Nella categoria Esordienti si giocano 3 tempi, mentre nei Giovanissimi se ne giocano 2
  • Nell’ultimo anno di scuola calcio (Esordienti) è obbligatorio far giocare tutti i bambini per almeno un tempo intero, mentre nella categoria Giovanissimi quest’obbligo scompare e dunque ci possono essere alcuni bambini che stanno tutto il tempo in panchina a guardare gli altri giocare.

Come si può evincere da quanto detto, è facilmente comprensibile come la competitività del nuovo campionato sia immensamente superiore rispetto a quello precedente. Credo che sia giusto iniziare a questa età (12 anni) con dei campionati veri e propri in cui siano presenti risultato e classifica poiché prima o poi i bambini devono essere messi davanti a quella competizione che poi sarà amica fedele in tutta la loro vita. Ciò che però trovo profondamente sbagliato è inserire, già nella categoria Giovanissimi B, oltre a risultato e classifica, le promozioni e le retrocessioni. In questa fascia di età infatti, l’annata è suddivisa tra il cosiddetto girone di merito (c’è chi lo chiama di prima categoria) ed i gironi “normali”. Chiaramente, alla fine dell’anno, ci sono delle squadre che retrocedono dal girone di merito o che in esso vengono promosse. Lo scalino tra il campionato Esordienti e quello dei Giovanissimi B così strutturato, mi sembra sinceramente troppo grande!

Si passa da un calcio a 9, senza arbitri né cartellini, senza risultati finali né classifiche a fine stagione, ad un calcio a 11 che scimmiotta in tutto e per tutto il calcio dei grandi. Io continuo a pensare, e non da oggi, che la prima categoria in uscita dalla scuola calcio debba essere una palestra che accompagni i bambini a diventare adolescenti non solo nella vita ma anche nello sport. Se invece li mettiamo di fronte a questo burrone subito, rischiamo di perderne tanti. Come si sentirà il bambino/adolescente che fino a ieri giocava ogni domenica e non aveva lo stress del risultato, quando appena qualche settimana dopo può passare mattinate intere a vedere giocare gli altri o magari essere rimproverato per aver fatto perdere una partita alla propria squadra?

Non sarebbe meglio passare da una categoria cuscinetto, in cui si introduce il cosiddetto calcio vero con risultati e classifiche ma si evitano almeno le promozioni e retrocessioni? Non basterebbe finire la stagione con delle finali, premiare i vincitori senza mortificare le squadre (e dunque i bambini) meno bravi?

Purtroppo non è la sola strada sbagliata intrapresa negli ultimi anni, ne vedremo altre al prossimo appuntamento!

Ode a Matteo

Lo statista di Rignano

che l’Italia ha avuto in mano

or che gli han preso il balocco

vuol mandare tutto a carte quarantotto.

Ha iniziato nei boy scout

a comandar gli altri bambini

ma poi gli han gridato OUT!!!

Non sei mica Spadolini!!!

Dopo gli anni della scuola

la passione politica non era appassita

con la fantasia la testa ancora vola

e si posa sulla Margherita.

Si fa conoscere dalla sua gente

quella della provincia di Firenze

e diventa Presidente

con l’appoggio di grigie eminenze.

Dopo la Provincia conquista il Comune

che governa con alterne fortune

ma l’obiettivo è già un altro

arrivare a Roma con fare scaltro.

“Enrico stai sereno” è il grido di battaglia

pur di governare indossa qualunque maglia

ma la nostra mamma, la Costituzione

non ama certo la presunzione.

Negli ultimi anni ha perso lo scettro

e della crisi agita lo spettro.

Sai cosa gli consiglio prima di terminare?

Farebbe meglio a salutare….

Matteo puoi andare e stai sereno….

non ci serve il tuo veleno!

Il talento – parte decima

Dopo aver fatto una carrellata, spero esauriente, sulle trasformazioni positive intervenute nel settore giovanile e scolastico e nella gestione delle scuole calcio fino alla prima decade degli anni 2000, passiamo a parlare di quanto successo negli ultimi anni.

Il grande spartiacque che determina un cambiamento filosofico e culturale nell’indirizzo del Settore Giovanile e Scolastico, è la riforma con la quale si viene a creare “lo sportello unico” per le società tra LND e SGS (https://www.lnd.it/it/la-lnd/storia). La riforma ha tantissimi aspetti positivi per le società che si trovano di fronte finalmente un solo erogatore di servizi ed un unico riferimento con il quale rapportarsi grazie al quale vengono a mancare inutili doppioni. Da tale unione però, viene meno la forza propulsiva di idee e di investimenti del Settore Giovanile e Scolastico stretto tra la Lega Nazionale Dilettanti che detiene la sola organizzazione dei campionati e la FIGC che, non avendo digerito la nuova gestione, non ha più intenzione di investire sulla formazione e sulla cultura del territorio. In questo modo, in pochi anni, si blocca completamente l’evoluzione del rapporto tra calcio e scuola (ancora oggi moltissimi progetti sono quelli dei primi anni 2000), ed anche all’interno delle scuole calcio viene sempre meno la capacità di innovazione e di rinnovamento sia delle persone, che delle metodologie di allenamento. Tale impoverimento permette a vecchi vizi e stereotipi di riaffiorare e di reintrodursi all’interno delle scuole calcio.

Fortunatamente ci sono ancora validissimi tecnici federali che si fanno in quattro per non soccombere, ma il vento è decisamente cambiato. Ci sono diversi campanelli d’allarme che sono suonati ormai da anni ma che molti fanno finta di non vedere. Il primo, che secondo me è la fotografia più nitida dell’inversione di tendenza, è la possibilità di far iscrivere le squadre professionistiche nelle categorie più basse della scuola calcio. E’ ormai considerato normale che, ad esempio in Toscana, le squadre di quartiere della categoria Pulcini (8-10 anni) debbano misurarsi con Fiorentina, Empoli, Livorno etc, con queste ultime che sono già selezioni di bambini che vengono anche da fuori provincia. Tale facoltà ha diversi aspetti assolutamente negativi: innanzitutto i bambini iniziano a trascurare ciò che sarebbe più importante in questa fascia di età, cioè la scuola ed il divertimento, ed inoltre le piccole società si vedono sottrarre i bambini più bravi già in tenerissima età senza che ad esse sia corrisposto alcunché. Trovo sinceramente indecente che tutto ciò sia permesso prima dell’ultimo anno di esordienti (12 anni) che reputo essere il momento giusto per far formare alle società professionistiche le prime squadre. Non ci dimentichiamo che, secondo gli ultimi studi, 1 bambino ogni 40.000 (ripeto uno su QUARANTAMILA!!!) diventa professionista (quindi si parla anche di serie C non solo di idoli strapagati), e spessissimo i bambini che entrano nelle società professionistiche precocemente sono anche i più a rischio abbandono perché, mancandogli il divertimento e la vita normale fuori dal calcio, si stufano prima degli altri se non arrivano a certi livelli. Basti pensare che un bambino di 8 anni in una società professionistica si allena 3 volte la settimana (spesso lontano da casa), più la partita del weekend.

Negli anni il tema è stato dibattuto più volte e le società dilettantistiche si sono fatte sentire, ma la toppa che è stata messa non è assolutamente sufficiente. La soluzione trovata, è stata quella di far giocare i bambini delle società dilettantistiche contro i bambini delle professionistiche di un anno più piccoli. Quindi se la squadra di quartiere gioca con i nati nel 2011, le professionistiche giocheranno con i 2012. Tale espediente è stato pensato per rendere le partite più equilibrate, ma ha creato altri due problemi. Innanzitutto le società professionistiche hanno iniziato a prendere i bambini di un anno più piccoli, e poi le gare vengono giocate con molta più animosità perché i bambini (e soprattutto gli allenatori) con la maglia viola, azzurra o granata, non accettano nemmeno lontanamente l’idea di poter perdere o pareggiare con le squadre “da giardini”.

Ma per i professionisti i favori non sono finiti: pensate che esiste anche il campionato esordienti professionisti. Aldilà dell’evidente ossimoro esistente nella dicitura “esordienti professionisti”, essendo questa una categoria della scuola calcio NON HA SENSO DI ESISTERE!! O è scuola calcio, o è professionismo….i due concetti insieme non possono stare!!! Volete dire alle squadre professionistiche ed ai loro allenatori che la partita non ha risultato? Che lo scopo della gara è dimostrare ciò che hanno imparato in settimana senza badare al risultato? L’unico aspetto positivo è che giocando fra di loro, le piccole squadre di quartiere non rischiano di imbarcare goleade controproducenti, ma per il resto proprio non ci siamo!

Nel prossimo appuntamento poi, vedremo che tali indirizzi purtroppo non esistono solamente tra le società professionistiche ma purtroppo, seppur con un peso decisamente minore, anche nei campionati di settore giovanile a cui partecipano le società dilettanti. Alla prossima!!