Appunti sparsi dal mondo della scuola (parte 1)

Come avevo promesso nell’articolo in cui davo la notizia della mia elezione nel Consiglio di Istituto qualche settimana fa, inizia oggi una rubrica che vuole raccontare le mie riflessioni in merito a ciò che sta accadendo in questa nuova avventura  ed alle insidie che questo mondo tanto bello quanto complicato nasconde. 

Innanzitutto voglio dire a tutti quelli che, al momento dell’elezione, hanno scosso le spalle rispondendo “bravo ma tanto non serve a nulla”…voglio dire che non è vero. Il Consiglio di Istituto è un organo che viene molto spesso chiamato in causa ed ha un ruolo di controllo e di consultazione importante: come tutte le cose poi, dipende da come si intende svolgere il proprio ruolo, se impegnandosi o meno, e da come l’organo viene gestito da chi ha la responsabilità dell’Istituto Comprensivo, cioè dal Dirigente Scolastico. Nel mio caso posso dire che dall’inizio di Dicembre, momento in cui il nuovo Consiglio è entrato ufficialmente in carica, abbiamo già avuto due riunioni in presenza ed una on line in poco più di 45 giorni, segno della volontà di condivisione di un percorso. Se contiamo che nel mezzo ci sono state anche le vacanze di natale, potremmo dire che è stato un inizio sprint! Una partenza che non è stata solamente burocrazia, come l’elezione del Presidente e del Vice, ma anche di sostanza con tematiche interessanti ed un dibattito spesso vibrante ma sempre nell’ottica di raggiungere una decisione condivisa che avesse il benessere degli studenti come unica stella polare.

Nella seconda riunione poi, sono stato investito di un ruolo importante che mi ha dato ulteriori motivazioni per studiare, approfondire, capire questo nuovo mondo. All’interno del Consiglio d’Istituto infatti, deve essere eletta una Giunta Esecutiva che ha un ruolo più amministrativo, con il controllo del bilancio dell’intero Istituto. Un po’ perché l’amministrazione è il mio mondo ed un po’ perché (almeno lo spero) gli altri genitori eletti hanno stima di me, sono stato designato come uno dei cinque componenti la Giunta e, per questo, sono stato chiamato a studiare il bilancio e ad approvarlo in un’interessantissima riunione on line. Insieme agli altri componenti, al Dirigente Scolastico ed al Responsabile amministrativo, abbiamo avuto la possibilità di fare domande e di approfondire le entrate e le uscite annuali. Spesso si dice che le scuole non abbiano i fondi necessari per portare avanti le varie attività che sarebbero necessarie per la crescita dei nostri ragazzi ma…. è proprio così? Certamente non si naviga nell’oro ma, almeno nel nostro caso, sembra veramente essere la burocrazia la nemica numero 1! Quella che si annida in regolamentazioni cervellotiche, spesso contraddittorie, che non aiutano ma anzi ostacolano quei giusti investimenti che potrebbero aiutare i nostri istituti ad essere la casa accogliente del cittadino di domani.

Ho visto quanti soldi si riescono a spendere per l’inclusione tecnologica ad esempio (attraverso acquisti di device, computer o anche solo amplificatori di segnale wifi), ma ho anche visto che forse si potrebbe incidere maggiormente grazie a progetti specifici che aiutassero le insegnanti nella loro vita quotidiana in classe. Perché non aprirsi di più alle professionalità di esperti esterni per trattare, ad esempio, nella secondaria di primo grado l’approccio alla sessualità? Oppure il tema dell’accoglienza di bambini stranieri o di bambini disabili nella classi della scuola dell’infanzia o primaria, istituti in cui sempre più spesso arrivano anche durante l’anno bambini da inserire in classe?  Su questo mi vorrei impegnare in questi tre anni, convinto che con un Dirigente Scolastico così pronto ad ascoltare come quello che abbiamo, ed un Presidente del Consiglio d’Istituto in grado di tenere sempre aperto il canale del dialogo, si possa rendere il nostro Istituto Comprensivo un gran bell’ambiente in cui portare i figli.

Alla prossima!

La filastrocca del 2023

Prima di mettermi a tavola per il cenone

devo rinnovare la nostra tradizione

scrivere una filastrocca per il nuovo anno 

come ormai troppi pochi fanno.

Gioie e delusioni si sono alternati

come accaduto negli anni passati

ma nel 2022 abbiamo sentito forte il terrore

per colpa della guerra scatenata da un coglione.

L’idea avuta in testa da Putin il conquistatore

mi pare simile a quella di qualche dittatore 

è riuscito a riportare indietro le lancette dell’orologio

e ci ha costretti a leggere ogni giorno il necrologio.

Nell’anno in cui si è riaffacciata una superpotenza

perdiamo un grandissimo uomo di scienza

Piero Angela divulgatore in grado di raggiungere tutti

dai Professori universitari fino ai farabutti.

In quest’anno se n’è andata una figura che mi accompagnava da quando sono nato

la regina Elisabetta che gli eventi più importanti aveva attraversato

chissà se Carlo dopo tutti questi anni di attesa

riuscirà a tenere la corona dagli scandali difesa.

Nella nostra Italia che il cinema ama

una lunga malattia ha spento una meravigliosa madama

la bravissima Monica Vitti ci ha dovuti lasciare

ma la bandiera della sua arte non si potrà ammainare.

Mentre questi personaggi il 2022 salutava

il costo della vita intanto volava

con il prezzo del gas che si issava beffardo

quasi come se fosse un lucente smeraldo.

Draghi con il governo dei migliori ha provato a tenere su la baracca

ma Berlusconi Salvini e Conte erano intenti a cambiare casacca

facendo cadere all’improvviso l’esecutivo

portando il paese ad un voto insolitamente estivo.

Giorgia Meloni ha condotto per la prima volta la destra alla guida del paese

speriamo che le tante promesse non siano adesso disattese

all’opposizione bastava dire “no!” per avere ragione

ora servono politiche che aiutino le persone

per uscire da un periodo buio come la notte

senza ritrovarsi tutte le ossa rotte.

Per il 2023 vorrei che la nostra nazione

prendesse dal Marocco dei mondiali una bella lezione

lottare tutti insieme per un unico obiettivo

aiuta anche il mediocre ad essere superlativo.

Buon 2023 a tutti!!

Parte una nuova avventura: venite con me?

Non è vero che i sogni non si possono realizzare, né che sia impossibile creare qualcosa partendo da zero. Certamente ci vuole impegno, sacrificio ed i giusti compagni di viaggio. Dopo quasi 4 mesi di lavoro e ricerca, domani sera alle 21,30 nasce la nostra web TV che trasmetterà su Facebook e YouTube: siete dei nostri?

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Onestà intellettuale ne abbiamo?

Se c’è una cosa che negli ultimi anni mi sta letteralmente facendo salire il sangue al cervello è la disonestà intellettuale. Ma c’è qualcuno che è riuscito ad andare oltre: accusare gli altri di disonestà intellettuale quando ne è uno degli esempi migliori (si fa per dire).

Tra i tantissimi personaggi che negli ultimi anni hanno sostenuto le ipotesi più disparate senza circostanziare mai le proprie affermazioni, uno si sta sinceramente superando, l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. Poiché il sottoscritto invece parte sempre dai dati, dallo studio, dall’approfondimento, ripercorrerò l’epopea allegriana delle ultime stagioni attraverso interviste, risposte date o mancate, risultati ottenuti non solamente sul campo ma anche relativamente ai calciatori allenati.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la risposta ai giornalisti in occasione della conferenza stampa tenutasi al termine della gara Juventus-Villareal di Champions League: il mister bianconero, punzecchiato dai giornalisti in merito all’evidente fallimento stagionale, ha accusato loro di essere disonesti intellettualmente poiché la Juve era già uscita altre volte agli ottavi, è ancora in corsa per il quarto posto in campionato ed in semifinale di Coppa Italia. Posto che da tifoso viola, il fatto che la Juve abbiamo come massimo obiettivo l’ultimo strapuntino per la Champions dell’anno successivo e la vittoria della Coppa Italia mi mette di buon umore, tutto ciò è sinceramente inascoltabile. Una proprietà che, nel mercato di gennaio, acquista uno dei migliori prospetti europei in mezzo al campo ed il capocannoniere del campionato italiano, non può certo accontentarsi delle briciole…. considerando poi che questi investimenti sono stati resi possibili da un’extra budget che probabilmente avrà ripercussioni sulla campagna estiva ed ha già portato alla rinuncia a Dybala. Ma che la serenità e l’analisi della gara fosse sfuggita al tecnico livornese, lo avevamo già capito quando aveva giustificato la debacle interna con l’atteggiamento ostruzionistico del Villareal che si era difeso con 10 giocatori sotto palla tutta la partita!! Ma Allegri non era il teorico del “cortomuso” neologismo sbarcato addirittura sulla Treccani? Quindi se lo fai te è un’arma tattica, se lo fanno gli altri è ostruzionismo al gioco?

Se però non vogliamo parlare di tattica e di atteggiamento della squadra, ma vogliamo affrontare la crescita dei calciatori presi singolarmente, mi permetto di riportare le statistiche di un calciatore che a Firenze conosciamo bene, Dusan Vlahovic. L’illuminante articolo che trovate qui è la fotografia non certo di un fallimento, ma quantomeno di una netta involuzione che può essere certamente spiegata in parte dal necessario adattamento alla nuova squadra, ma determinati numeri sono allarmanti (non certo per me). La media gol ad esempio, è passato da 0,83 a 0,41, tira molto meno in porta ed inizia anche a soffrire dei primi acciacchi in carriera. Diversi carichi di lavoro? Marcature più strette? Certamente sarà anche così, ma credo che il maggior problema con il quale il calciatore si scontra sia la povertà di una manovra che si basa quasi esclusivamente sulle scorribande di Cuadrado e sui veli di Morata. Insomma niente di paragonabile rispetto al gioco corale ed organizzato che lo ha certamente aiutato in maglia viola. Siamo soliti pensare che un calciatore, quando arriva in una squadra più forte, dovrebbe essere avvantaggiato dalla maggiore qualità dei propri compagni. La qualità poi, dovrebbe anche aiutare a giocare meglio, ma l’aspetto estetico del gioco del calcio sappiamo non essere in cima ai pensieri di Max. Immagino però che sia un discorso troppo noioso per un allenatore che, appena richiamato sulla panchina della Juve, disse che non si era aggiornato nei due anni senza panchina ed aveva guardato pochissimo calcio.

L’apoteosi però è stata raggiunta la scorsa settimana. Nel corso di un’intervista pubblicata da GQ, il tecnico della Juventus ha definito Pep Guardiola “un furbacchione” poiché tutti lodano la sua costruzione dal basso, ma poi “ha preso un portiere come Ederson che effettua rilanci di 80 metri”. Con una semplicissima ricerca sul web (non importa nemmeno perdere il tempo di guardare le partite!!!) possiamo sapere che il Manchester City è in realtà la squadra che in tutta la Premier League effettua meno lanci lunghi dal portiere. Al netto dell’opinione personale sul calcio espresso dalle squadre di Guardiola, sarebbe quantomeno corretto citare dei dati reali per confutare le tesi degli altri o addirittura per giudicarne il lavoro. Immagino però che anche studiare i numeri, i dati e le altre squadre sia troppo noioso per il nostro maestro di calcio. Ciò che trovo sinceramente sconcertante però, non è solamente la risposta di Allegri, quanto anche l’assoluta mancanza di contestazione di un’affermazione falsa. Un giornalista credo dovrebbe confutare affermazioni false attraverso un lavoro di ricerca, di studio e di approfondimento, proprio quello che stiamo cercando di fare su questo blog da quando è nato.

Sarà per questo che ancora oggi trovo eccezionale il coraggio di Daniele Adani che non le ha mandate a dire ad Allegri invitandolo più volte a spiegare il proprio calcio e le proprie scelte. Adani non è un giornalista ma ha fatto ciò che si dovrebbe sempre fare con gli allenatori come con i politici, con gli ingegneri come con i dottori, chiedere di spiegare perché si fanno certe scelte e cosa c’è dietro. Che male c’è? Forse il problema sta proprio qua: saremmo finalmente consapevoli.

La filastrocca del 2022

Si conclude dunque anche il duemilaventuno

anno che avrebbe abbattuto più di qualcuno,

ma in famiglia mia di duro abbiamo principalmente la testa

e non permettiamo agli altri di farci la festa.

Il virus ci impesta ormai da due anni,

continuando a sperar che non faccia più danni.

La vita sta tornando quasi regolare grazie ai vaccini

anche se i no vax continuano a fare i birichini.

Secondo tutti gli studi l’economia galoppa

ma non tutti sono riusciti a saltare in groppa,

ed i lavoratori impegnati in modo intermittente

sono stati dimenticati dall’infallibile Presidente.

Nella nostra amata Costituzione

vige il criterio della redistribuzione

la stella polare sarebbe la progressività

sperando che nel 2022 Draghi non se ne dimenticherà.

Intanto il disegno di legge sulla delocalizzazione è stato insabbiato

come troppe volte accaduto nel nostro triste passato.

Sarà certamente vero che il lavoro riveste fondamentale importanza

ma talvolta anche la scuola dovrebbe avere adeguata risonanza

poiché stiamo creando tantissima ignoranza

con ragazzi e bambini nuovamente in didattica a distanza.  

La scuola e l’università dovrebbero essere le prime urgenze

appena eletto il nuovo Presidente.

Una persona di cui ci si possa fidare

e di cui non ci si debba vergognare

tra cene eleganti, vicinanza alla mafia e battute sessiste

ci mancano solo simpatie bonapartiste.

Il nuovo Presidente un impegno solenne dovrà mantenere

ricordare che la nostra costituzione dev’essere il timoniere

per difendere ogni persona, idea o diritto

che permetta ad ogni cittadino di non sentirsi sconfitto.

Buon 2022 con tutto il mio cuore

sperando che la serenità torni il comune denominatore.

BarLungo con Simone: la riapertura dei teatri in compagnia di un prestigioso ospite!

Ecco la sorpresa che vi avevamo promesso!!

Dopo tanti, troppi mesi, anche il mondo dello spettacolo è finalmente ripartito e sono stati riaperti i teatri. Insieme a Simone abbiamo il piacere di ospitare Fabrizio Checcacci, uno dei direttori artistici del Teatro Manzoni di Calenzano, per farci raccontare il modo in cui ha vissuto il mondo dello spettacolo questo durissimo periodo e quali sono state le emozioni provate quando finalmente si è tornati in scena!

Buon ascolto!

Il talento – parte ottava

Dopo aver fatto un bel viaggio nell’attività scolastica per conoscere meglio la possibile collaborazione tra la scuola, le federazioni sportive e le società ritorniamo a parlare di attività di base e di scuole calcio all’interno delle quali è possibile scovare e successivamente allenare il talento.

Uno degli scatti culturali che la FIGC ha provato ad inserire nella cultura calcistica italiana, è quello relativo all’importanza del risultato. Il calcio italiano viene da sempre riconosciuto come quello che mira maggiormente al risultato a discapito del gioco, della qualità, dello spettacolo. Chi di noi non si è mai schierato tra il calcio simil-olandese di Sacchi e quello più italianista di Trapattoni? Chi non si ricorda la battaglia di religione tra la marcatura a uomo ed il calcio a zona? Addirittura anche dal punto di vista semantico, la trasformazione del gioco del calcio ha influito sulla terminologia utilizzata. Il terzino destro è diventato difensore esterno, a centrocampo la mezzala si chiama centrocampista interno e così via. La trasformazione che è partita dall’alto, è arrivata anche alla base della piramide ed ha assunto contorni maggiormente culturali.

Fino agli anni novanta infatti, anche nelle scuole calcio era dominante (e purtroppo in alcune lo è ancora) la cultura del risultato. La partita del fine settimana era infatti vista come il punto focale ed in quel frangente si facevano ricadere sui bambini tutte le pressioni e tutte le aspettative che l’istruttore, i genitori, la società, i nonni avevano. La gara dunque assumeva un significato molto lontano da quello della festa, del momento di apprendimento e di crescita per lasciare campo all’unica volontà di primeggiare senza alcun compromesso. Purtroppo spesso si notava che i bambini più indietro tecnicamente e dal punto di vista motorio non avevano lo stesso spazio dei cosiddetti più bravi proprio perché l’unico obiettivo da centrare era quello della vittoria.

Grazie ad un immane sforzo profuso dalla federazione e dai loro dirigenti, negli anni novanta è partita una battaglia culturale che è ancora oggi in corso. Dirigenti, responsabili tecnici, ma soprattutto formatori ed istruttori federali sul territorio hanno iniziato un percorso che ancora oggi è in itinere. La rivoluzione culturale portata avanti è stata quella di cambiare la rappresentazione della partita. La gara tra due o più squadre che si gioca nel fine settimana, non è finalizzata al risultato, ma all’apprendimento. La partita è un momento di verifica, un momento di confronto all’interno del quale l’istruttore deve innanzitutto controllare se il processo di apprendimento dei bambini nei confronti del lavoro svolto in settimana ha ottenuto i risultati sperati. Il tecnico ha dunque il compito di giudicare non tanto i bambini, quanto il proprio lavoro! Se gli obiettivi delle sedute settimanali non sono stati raggiunti, deve interrogarsi sui motivi e soprattutto ha il compito di cercare un metodo diverso per arrivare allo scopo. Nasce dunque un processo virtuoso tra istruttore e bambini attraverso anche un confronto che arricchisce sia i piccoli atleti, che il tecnico.

Tante volte capita che un obiettivo non sia stato centrato perché magari è stata messa l’asticella troppo in alto, oppure è stato proposto un lavoro con una metodologia sbagliata. La risposta si può averla solamente guardando i bambini, il loro modo di allenarsi, i loro risultati motori e tecnici. Credete sia possibile riuscire ad analizzare tutti questi aspetti se si guarda solamente al risultato? Credete che guardare solo alla vittoria o alla sconfitta permetta di coinvolgere tutti i bambini? Come possiamo dare la stessa soddisfazione di giocare a tutti i bambini se cerchiamo sempre e solo di vincere? Non sarà molto probabile che i bambini più bravi giochino di più di quelli meno bravi? Qui si apre dunque il vaso di Pandora! Vogliamo fare gli istruttori di una scuola calcio o gli allenatori di una squadra professionistica? Sono entrambi mestieri bellissimi e dignitosissimi, ma hanno approcci, metodologie ed obiettivi completamente diversi.

La nuova visione della partita come momento di verifica ha anche ottenuto un altro risultato: la diminuzione della tensione e dell’esasperazione nei comportamenti dentro e fuori dal campo. Ricordo ancora che quando ero bambino, anche nelle scuole calcio esistevano le classifiche, i premi per i capocannonieri, le premiazioni solo per chi vinceva. Fortunatamente sembra passata un’era geologica: quando i bambini vanno a fare i tornei vengono tutti premiati, anche se la classifica esiste sempre. Nei tornei federali invece, non esiste un punteggio finale della gara (o comunque dipende da più fattori come già spiegato in un altro episodio della rubrica) ed anche le classifiche sono relative all’attività di tutta la scuola calcio ed hanno parametri ben precisi. L’assenza di risultato è stata poi accompagnata da un altro cambiamento che ha contribuito ad abbassare la tensione: l’arbitraggio è affidato ad un dirigente di una società, oppure agli stessi bambini con la formula dell’autoarbitraggio. Quest’ultima è la vittoria più grande contro tutti quelli che dicono che i bambini se non giocano “il calcio vero” non si divertono. Finalmente invece, i bambini giocano un calcio a misura propria: palloni e campi più piccoli, porte adatte ai portieri, numero di bambini ridotto per permettere loro di toccare più volte la palla, assenza di un arbitro ufficiale. Ricordando il mio primo calcio, non è una rivoluzione?

A presto per la nuova puntata!

Il talento – parte terza

E’ stato un bel tuffo nel passato il secondo capitolo del nostro viaggio alla ricerca del talento e del suo sviluppo attraverso il movimento, lo sport e più specificamente il gioco del calcio!

Abbiamo, spero, imparato che il bambino che tocca poche volte l’attrezzo, la palla, durante l’allenamento e/o la partita non solo impara meno di coloro i quali sono maggiormente coinvolti, ma rischiano di perdere anche l’entusiasmo e l’amore per il gioco e per lo sport. Spesso infatti, è fortemente sottovalutato l’impatto che le errate metodologie di allenamento hanno in merito al fenomeno dell’abbandono del gioco del calcio. Capita molte volte che i bambini che non si sentono coinvolti nel gioco perdono l’entusiasmo necessario per andare ad allenarsi e dunque a giocare. In fondo in fondo siamo sicuri che il bambino si sia avvicinato al nostro mondo solo perché ha visto Ronaldo, Messi e Lewandowski alla televisione? Oppure si è avvicinato al calcio perché è il gioco più semplice e più democratico del mondo?

La scorsa volta abbiamo detto della facilità con cui si costruisce un campo e si può giocare in ogni condizione (4 giubbotti ed un pallone ed inizia la magia!) ma pensate anche alle caratteristiche fisiche del bambino che gioca a palla o pratica sport: nel basket e nella pallavolo ad esempio, saranno certamente avvantaggiati, almeno inizialmente, i bambini più alti! Nell’atletica leggera, è quasi scontato che i bambini più veloci e slanciati avranno più possibilità di primeggiare visto che si tratta sostanzialmente di uno sport individuale; altri sport come lo sci, l’equitazione o il tennis invece, hanno bisogno di un esborso economico che non tutte le famiglie si possono permettere! Il calcio al contrario, si gioca con una squadra di 5, 7, 9 o 11 calciatori e dunque le gioie ed i dolori si possono condividere con gli altri. Inoltre, è più facile trovare un posto per tutti: dal bambino più alto a quello più basso, dal bambino più atletico a quello un po’ più appesantito, tutti possono avere un ruolo importante all’interno della squadra! Quante volte abbiamo sentito dire che il più piccolino viene impiegato sull’ esterno del campo perché è rapido e sgusciante, oppure che il bambino un po’ più in carne viene posizionato in mezzo al campo perché alcuni compagni possono correre anche per lui ma, essendo dotato di un bel lancio o di un bel tiro in porta può comunque togliersi tante soddisfazioni: in questo modo, quello che in altri sport può essere considerato un handicap, nel calcio diviene solamente una delle componenti della squadra! Non dimentichiamoci poi che, proprio perché il calcio non è così dispendioso economicamente, è spesso stato un fantastico veicolo di integrazione.

La facilità di poter giocare in ogni posto e dunque la semplicità nell’accesso al calcio, permette ancora oggi di scovare il talento vero e proprio in alcuni paesi molto poveri. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a ondate di calciatori che provenivano da posti del mondo prima sconosciuti al grande calcio. Chi non ricorda l’oro della Nigeria alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996? Fino ad allora, i giocatori africani erano ben poco considerati, persi come eravamo nel vecchio continente a guardare solamente all’aspetto tattico del gioco. Negli stessi anni altri grandissimi talenti, seppur di nazionalità europea, erano nati, cresciuti e sbocciati in paesi ex colonie: vogliamo ricordare la Francia campione del mondo del 1998 in cui Zidane, Thuram, Djorkaeff, Henry, Desailly erano tutti figli o nipoti di nativi dei territori coloniali dei transalpini? Negli stessi anni in cui Nigeria e Francia, mettendo in mostra talenti completi (fisici e tecnici), dominavano le manifestazioni calcistiche più importanti del mondo, in Italia si continuava a discernere tra la difesa a zona e quella a uomo, tra il 4-4-2 ed il calcio con il trequartista. Culturalmente però, eravamo già in netto ritardo rispetto al cambiamento dei tempi.

Nella nostra penisola, dopo che negli anni ’80 si era continuato a far giocare in un campo regolamentare anche i bambini più piccoli con le squadre contrapposte 11 contro 11, all’inizio degli anni ’90 inizia a germogliare un pensiero di cambiamento. Sulla scorta di studi basati sull’osservazione dei bambini frequentanti le scuole calcio e le attività curriculari nelle scuole di ogni ordine e grado, inizia a cambiare la prospettiva con la quale fare attività all’interno delle società calcistiche e si inizia a percorrere la strada della sperimentazione culturale. Finalmente anche nel calcio, la parola SCUOLA inizia ad avere una centralità progettuale differentemente dagli anni precedenti in cui si pensava solo ed esclusivamente a forgiare calciatori. Ecco che la terribile espressione “nucleo addestramento giovani calciatori” (come se i bambini fossero polli da batteria) usata fino a quel momento, diventa appunto scuola calcio ed il settore della Federazione Italiana Giuoco Calcio che si occupa dell’organizzazione dell’attività e delle metodologie di allenamento delle scuole calcio, inizia a chiamarsi Settore Giovanile e SCOLASTICO. Se volete, potete approfondire questa tematica cliccando sul link: https://www.figc.it/it/giovani/sgs/composizione-settore-giovanile-e-scolastico/storia/

Ecco dunque un primo scatto in avanti sul piano culturale che diventa una scintilla basilare per i numerosi cambiamenti che rapidamente, rispetto alle consuete tempistiche italiane, hanno stravolto non solo le regole del calcio dei bambini (iniziando a giocare in spazi ridotti, con tempi di gioco più corti etc.) ma anche l’approccio degli istruttori nei confronti del nostro sport, delle sedute di allenamento e delle partite, viste sempre più come momento di verifica del lavoro settimanale anziché come pura e semplice competizione.

Abbiamo dunque raccontato ed analizzato un salto in avanti dal punto di visto culturale e sportivo: l’aspetto terminologico in questo caso non è forma, ma è invece sostanza, ciò che piace a noi! Nel prossimo episodio andremo ancor più nello specifico. Vi aspetto!

Diario di un cassintegrato

Non ero riuscito nemmeno a finire di leggere l’ordinanza regionale del neo-Presidente Giani ed il DPCM del Governo Conte che io e quasi tutti i miei colleghi, come tanti altri lavoratori in tutta Italia, eravamo già in cassa integrazione. Un devastante dejà-vu, uno sconfortante salto indietro nel tempo. La cassa integrazione, di nuovo, ancora, un’altra volta: dopo i mesi di marzo, aprile e maggio siamo di nuovo nella stessa situazione con gli stessi timori, le stesse paure, le stesse insicurezze.

Il primo sentimento che si prova quando si viene messi in cassa integrazione, quello più netto, quello che ti mangia dentro è il sentimento dell’inutilità. Quel sentirsi un sovrappiù, un qualcosa di cui si può fare a meno, un oggetto che non si vede l’ora di poter mettere in un frigorifero pronto ad essere tirato fuori in caso di necessità. Il secondo sentimento è quello dell’impotenza, del non poterti opporre ad una decisione che ti arriva addosso e ti entra dentro come l’umidità nei giorni piovosi e nebbiosi di novembre. Ma ciò che ti mangia completamente l’anima è sapere che anche stavolta, come a primavera, il periodo di non lavoro sarà professionalmente del tutto inutile e, nel caso si ripresentasse la stessa situazione, potrai nuovamente trovarti in cassa integrazione. 

Spesso viene detto che i periodi di crisi nascondono delle opportunità. Nel mio caso, durante lo scorso lockdown, mi sono guardato dentro ed ho trovato la volontà e la forza di comunicare tutto ciò che adesso trovate in questo mio blog; sono dunque uscito dal primo periodo sofferente ma certamente più forte e credo anche più completo. Ma tutto ciò è avvenuto solamente grazie a me stesso, non perché qualcuno mi abbia aiutato. Questo periodo di forzata sospensione dal lavoro potrebbe, ed anzi dovrebbe, essere un’occasione di crescita anche dal punto di vista professionale, dovrebbe insomma diventare una risorsa! Potrebbe nascere in queste settimane l’idea lavorativa di domani!

Quante volte abbiamo sentito dire che l’Italia dovrebbe investire nella formazione, nella digitalizzazione, nell’alfabetizzazione digitale? Quale miglior momento di questo? Quale miglior momento di quello che stiamo vivendo? Tutti ci invitano a stare a casa, a limitare gli spostamenti, ad azzerare quasi del tutto i contatti sociali non necessari (come se poi ce ne fossero di contatti sociali non necessari….mica siamo delle piante!!!)

Ed allora che aspettiamo? Non solo lo stato, ma anche le aziende private dovrebbero creare delle interconnessioni tra i dipendenti in cassa integrazione! Stimolino l’apprendimento ad esempio delle lingue, la conoscenza di nuovi sistemi operativi e gestionali, organizzino riunione virtuali su alcune delle migliaia di piattaforme esistenti per fare formazione! In tantissime aziende, sappiamo tutti che l’aggiornamento è demandato solo alla volontà del singolo lavoratore: quale migliore occasione di questa? Il paese sta reagendo a questa seconda ondata in modo assai diverso dalla prima: c’è sfiducia, c’è cattiveria, c’è invidia ed il motivo è semplicissimo anche se nessuno sembra averlo capito…..

LA GENTE NON SI SENTE COINVOLTA, SI SENTE ABBANDONATA A SE’ STESSA!!!

Certo l’aspetto economico è importante, anzi fondamentale ed in questo gli ammortizzatori sociali sono la base della nostra pace sociale: ma davvero credete che la gente vada a lavorare solamente per il giorno in cui si riscuote? Davvero credete che un paese possa diventare la settima potenza mondiale con questa mentalità? L’Italia è diventata grande nel mondo per l’ingegno, le bellezze, le eccellenze…in una parola per la CULTURA!!! L’Italia di domani passa dalla conoscenza, quella conoscenza che permette di capire l’esistente per progettare il futuro. Non sprechiamo un’altra opportunità, pensiamoci adesso!