Il talento – parte settima

Lo scatto culturale che il calcio riesce a fare verso la metà degli anni Novanta inizia ad aprire scenari sorprendenti. Fino ad allora infatti, lo sport più popolare del paese veniva visto dal mondo della scuola come il Diavolo in persona: i calciatori erano infatti l’archetipo dello sportivo strapagato e viziato, il calcio era solo quello delle simulazioni, delle risse allo stadio, dell’agonismo esasperato. Non si riusciva insomma a scindere il calcio della TV da quello delle piccole società di quartiere che facevano e fanno ancora tutt’oggi innanzitutto un’opera sociale.

In quegli anni però, parallelamente al cambiamento all’interno delle scuole calcio con la rivoluzione regolamentare di cui abbiamo parlato nelle precedenti puntate del nostro viaggio, cresce impetuosamente anche l’altra gamba del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC. La sezione del settore che si occupa dell’attività all’interno delle scuole calcio si chiama infatti Attività di Base, ma accanto ad essa esiste anche una branca fino a quel momento di nicchia, chiamata Attività Scolastica. Il Settore Giovanile e Scolastico si poggia dunque sull’attività che viene svolta nelle società affiliate alla FIGC, ma anche su quella che i nostri bambini praticano, o dovrebbero praticare, all’interno degli istituti scolastici. Purtroppo in Italia la figura del professore di educazione fisica non è riconosciuta per le scuole dei più piccoli e dunque si viene a creare un grandissimo buco formativo proprio negli anni in cui i bambini sono più recettivi anche dal punto di vista psicomotorio. Grazie ad un Protocollo di Intesa firmato nei primissimi anni 90 si aprirono però le porte della scuola alle federazioni sportive ed agli enti promozionali che accolsero l’opportunità con grandissimo entusiasmo. In base a tale protocollo infatti, veniva deciso che le federazioni e le società ad esse affiliate potevano entrare nelle scuole per affiancare gli insegnanti in modo da aiutarli nello svolgimento dell’attività motoria. Chiaramente, ogni federazione si dovette dotare di una propria offerta formativa che vincolasse anche le proprie società ad un’attività motoria proposta in forma ludica che fosse propedeutica a quel determinato sport. Per fare un esempio, l’istruttore di una scuola calcio non poteva entrare in una classe per far disputare partite, magari escludendo le bambine, oppure per far eseguire solo esercizi di tecnica individuale. La base era chiara:

SPORT PER TUTTI, IN FORMA LUDICA!

La FIGC, grazie anche ad investimenti importanti, fu tra le prime federazioni ad intravedere l’opportunità e dunque presentò uno dei progetti più all’avanguardia e fu tra le poche che, oltre all’offerta formativa per le proprie società, mise a disposizione delle scuole anche dei corsi di aggiornamento per gli stessi insegnanti. Lo scoglio da superare fu però duro: proprio per come era valutato il calcio nel mondo della scuola, inizialmente furono pochissime le adesioni per i corsi di aggiornamento, ma quando si sparse la voce che il progetto era veramente di uno sport di base che coinvolgesse tutti, compreso i bambini disabili, i numeri iniziarono ad aumentare.

Qualcuno potrebbe chiedere cosa c’entri tutto questo con il talento. Beh, la risposta è semplice: il talento, qualunque esso sia, deve essere scovato, ma soprattutto deve essere seguito, accudito ed allenato. In Italia abbiamo un grandissimo deficit rispetto a tanti altri paesi europei poiché mancano le strutture per fare sport e purtroppo sembra essere un ritardo irrecuperabile. L’altro grandissimo scarto proviene invece dalla mancanza di operatori sportivi negli anni più fecondi dello sviluppo psicomotorio dei bambini. Questa collaborazione tra federazioni, enti di promozione, società sportive e scuole può però aiutare a colmare, almeno in parte, questo gap culturale che soffriamo nei confronti di Francia, Germania, Inghilterra. Dobbiamo inoltre ricordare che non tutti i bambini hanno la possibilità di fare attività sportiva nelle società (dunque a pagamento): crediamo che anche quei bambini abbiano diritto al benessere fisico oppure no? Crediamo che si possa scovare qualche talento anche tra quei piccoli che non andranno mai in una società oppure no? Ed inoltre pensiamo un attimo alla ricchezza culturale donata dai docenti federali al corpo insegnante: tantissime maestre provengono infatti da scuole in cui l’attività fisica e motoria non è certo al centro della didattica. Molte poi hanno magari fatto l’ultima ora di ginnastica un quarto di secolo fa; cosa vogliamo pretendere da queste insegnanti che, non per colpa loro, non sono state messe nelle condizioni di aiutare i bambini? I corsi di formazione ed aggiornamento servono appunto a questo, ad insegnare un metodo di lavoro (quasi esclusivamente induttivo) per proporre uno sport che sia inclusivo e divertente. La FIGC all’epoca fu la prima ad avere un’offerta formativa in cui gran parte dei giochi proposti al gruppo classe avevano la variante per i bambini disabili: pensate alla forza culturale di una proposta come questa!!! Una rivoluzione per quei tempi!!!

Negli ultimi anni purtroppo la forza propulsiva dell’attività scolastica in FIGC sembra essersi esaurita. Speriamo che torni presto a spirare il vento alle spalle di questo settore così centrale ed importante non solo per le società sportive o per le scuole, ma per tutta la nostra comunità!

Terminato il viaggio nello sport a scuola, con la prossima tappa si torna a viaggiare dentro le scuole calcio!

Il talento – parte quinta

Abbiamo dunque terminato la quarta tappa del nostro viaggio dentro il talento, sottolineando l’importanza della maggior accuratezza, da parte della Federazione, della scelta del peso e della dimensione della palla a seconda dell’età del bambino.

E’ chiaro dunque che la naturalezza con cui un bambino può governare l’attrezzo è una condizione necessaria al raggiungimento del divertimento nello sport che si pratica. Ma una volta trovata la dimensione giusta della palla, qual è la cosa più importante per il nostro bambino che inizia a giocare a calcio? Siamo sicuri che l’allenamento sia sufficiente a sfamare la voglia di calcio? Siamo certi che le partitelle tra compagni a fine seduta, i calci di rigore battuti per sfida, i tiri in porta alla ricerca della rete, bastino a placare l’istinto di emulazione e la voglia di superarsi che ogni bambino ha dentro sé stesso? La risposta è tanto semplice, quanto scontata: NO! Ogni bambino, ogni ragazzo, ogni persona che ha cominciato a giocare a calcio, come ciascun bambino inizi a praticare un altro sport, ha l’ambizione e la volontà di misurarsi con gli altri in una partita di calcio, di basket, in una gara di corsa, in un salto in pedana. Ogni uomo, e dunque ogni bambino, è istintivamente competitivo ed ha come obiettivo personale quello di superare gli altri e vincere. Negli sport di squadra, che io da sempre prediligo, le gioie ed i dolori, così come gli applausi e le delusioni, vengono suddivise tra tutti i protagonisti e dunque è più semplice coinvolgere tutti i bambini e non far sentire loro il peso della eccessive responsabilità, ma comunque il momento della partita o della gara è il fulcro della propria attività. Sia che lo si prenda come verifica del lavoro svolto durante la settimana (come dovrebbe essere all’interno delle scuole calcio), sia che si veda invece come la volontà di superare gli avversari, è la partita ciò che dà senso a tutto il resto. Senza la partita, senza il confronto tra squadre, tutto è bello ma incompleto.

Perché questa premessa direte voi? Semplicemente perché fino alla svolta culturale degli anni Novanta di cui stiamo parlando in questi approfondimenti, a tanti bambini era negato il diritto alla partita settimanale, al confronto, al divertimento. Anche io, come il mio amico fraterno Simone, ho passato alcune domeniche mattina in panchina a guardare gli altri giocare. Allenarsi tutta la settimana, aspettare le convocazioni dell’allenatore, fare un viaggio in macchina pensando a come andrà la partita e poi…tornare a casa senza aver giocato nemmeno un minuto! E non si parla di ragazzi di 14, 15 o 16 anni a cui puoi spiegare le motivazioni tecniche, tattiche o fisiche, ma di bambini di 7 o 8 anni che vengono a fare sport per divertirsi, per stare con i propri amici, per sentirsi accettati. La regola per cui nelle categorie della scuola calcio è obbligatorio che tutti i bambini giochino almeno un tempo di gara ha rappresentato un passo avanti enorme non tanto e non solo in ambito sportivo, ma soprattutto in ambito sociale. Pensate a quanti bambini possono essere stati presi in giro o emarginati perché all’interno di un gruppo non ritenuti all’altezza di far parte della squadra. Se l’allenatore per primo non prendeva in considerazione quel bambino, vi immaginate cosa poteva accadere dentro uno spogliatoio di soli bambini? Ecco che si torna per l’ennesima volta all’importanza che riveste il calcio, che riveste qualunque sport: veicolo di integrazione, di socializzazione, di rispetto tra diversi. In questo caso si può dire che una piccola regola ha rivoluzionato il modo di gestire il gruppo squadra ed ha restituito alla scuola calcio quella funzione sociale che purtroppo era spesso stata smarrita.

Tale obbligatorietà ha portato poi alcuni cambiamenti anche nella considerazione stessa delle gare. La stragrande maggioranza delle società e degli istruttori, sceglievano e scelgono tutt’ora la strada delle squadre abbastanza omogenee. Mi spiego meglio: avendo in un gruppo squadra alcuni bambini più avanti fisicamente, tecnicamente o anche solo nello sviluppo psicomotorio, in una gara di 3 tempi vengono impiegate tre formazioni di un valore più o meno omogeneo. Talvolta però può accadere che determinate società che hanno più squadre, o determinati istruttori che vogliono lavorare in maniera diversa, tendano a creare squadre o formazioni di “Serie A” e squadre o formazioni di “Serie B”. Ecco che anche in questo caso, si è cercato di ovviare a ciò considerando, ai fini del risultato, ogni tempo come fosse una partita e non facendo classifiche basate sui risultati del campo in modo da cercare di limitare l’esasperazione di certi personaggi che ancora oggi gravitano anche all’interno delle scuole calcio.

L’aspetto fondamentale è stato dunque quello di dare a tutti l’opportunità di giocare la partita e di offrire a tutti i bambini un tempo sufficiente a divertirsi, a sentirsi protagonisti, a migliorare la propria autostima e perché no le proprie capacità tecniche e fisiche. Nella prossima puntata, scenderemo maggiormente nel dettaglio tecnico per cercare di capire il perché di certe scelte operate dalla Federazione e dalle scuole calcio del territorio.