Il talento – parte quinta

Abbiamo dunque terminato la quarta tappa del nostro viaggio dentro il talento, sottolineando l’importanza della maggior accuratezza, da parte della Federazione, della scelta del peso e della dimensione della palla a seconda dell’età del bambino.

E’ chiaro dunque che la naturalezza con cui un bambino può governare l’attrezzo è una condizione necessaria al raggiungimento del divertimento nello sport che si pratica. Ma una volta trovata la dimensione giusta della palla, qual è la cosa più importante per il nostro bambino che inizia a giocare a calcio? Siamo sicuri che l’allenamento sia sufficiente a sfamare la voglia di calcio? Siamo certi che le partitelle tra compagni a fine seduta, i calci di rigore battuti per sfida, i tiri in porta alla ricerca della rete, bastino a placare l’istinto di emulazione e la voglia di superarsi che ogni bambino ha dentro sé stesso? La risposta è tanto semplice, quanto scontata: NO! Ogni bambino, ogni ragazzo, ogni persona che ha cominciato a giocare a calcio, come ciascun bambino inizi a praticare un altro sport, ha l’ambizione e la volontà di misurarsi con gli altri in una partita di calcio, di basket, in una gara di corsa, in un salto in pedana. Ogni uomo, e dunque ogni bambino, è istintivamente competitivo ed ha come obiettivo personale quello di superare gli altri e vincere. Negli sport di squadra, che io da sempre prediligo, le gioie ed i dolori, così come gli applausi e le delusioni, vengono suddivise tra tutti i protagonisti e dunque è più semplice coinvolgere tutti i bambini e non far sentire loro il peso della eccessive responsabilità, ma comunque il momento della partita o della gara è il fulcro della propria attività. Sia che lo si prenda come verifica del lavoro svolto durante la settimana (come dovrebbe essere all’interno delle scuole calcio), sia che si veda invece come la volontà di superare gli avversari, è la partita ciò che dà senso a tutto il resto. Senza la partita, senza il confronto tra squadre, tutto è bello ma incompleto.

Perché questa premessa direte voi? Semplicemente perché fino alla svolta culturale degli anni Novanta di cui stiamo parlando in questi approfondimenti, a tanti bambini era negato il diritto alla partita settimanale, al confronto, al divertimento. Anche io, come il mio amico fraterno Simone, ho passato alcune domeniche mattina in panchina a guardare gli altri giocare. Allenarsi tutta la settimana, aspettare le convocazioni dell’allenatore, fare un viaggio in macchina pensando a come andrà la partita e poi…tornare a casa senza aver giocato nemmeno un minuto! E non si parla di ragazzi di 14, 15 o 16 anni a cui puoi spiegare le motivazioni tecniche, tattiche o fisiche, ma di bambini di 7 o 8 anni che vengono a fare sport per divertirsi, per stare con i propri amici, per sentirsi accettati. La regola per cui nelle categorie della scuola calcio è obbligatorio che tutti i bambini giochino almeno un tempo di gara ha rappresentato un passo avanti enorme non tanto e non solo in ambito sportivo, ma soprattutto in ambito sociale. Pensate a quanti bambini possono essere stati presi in giro o emarginati perché all’interno di un gruppo non ritenuti all’altezza di far parte della squadra. Se l’allenatore per primo non prendeva in considerazione quel bambino, vi immaginate cosa poteva accadere dentro uno spogliatoio di soli bambini? Ecco che si torna per l’ennesima volta all’importanza che riveste il calcio, che riveste qualunque sport: veicolo di integrazione, di socializzazione, di rispetto tra diversi. In questo caso si può dire che una piccola regola ha rivoluzionato il modo di gestire il gruppo squadra ed ha restituito alla scuola calcio quella funzione sociale che purtroppo era spesso stata smarrita.

Tale obbligatorietà ha portato poi alcuni cambiamenti anche nella considerazione stessa delle gare. La stragrande maggioranza delle società e degli istruttori, sceglievano e scelgono tutt’ora la strada delle squadre abbastanza omogenee. Mi spiego meglio: avendo in un gruppo squadra alcuni bambini più avanti fisicamente, tecnicamente o anche solo nello sviluppo psicomotorio, in una gara di 3 tempi vengono impiegate tre formazioni di un valore più o meno omogeneo. Talvolta però può accadere che determinate società che hanno più squadre, o determinati istruttori che vogliono lavorare in maniera diversa, tendano a creare squadre o formazioni di “Serie A” e squadre o formazioni di “Serie B”. Ecco che anche in questo caso, si è cercato di ovviare a ciò considerando, ai fini del risultato, ogni tempo come fosse una partita e non facendo classifiche basate sui risultati del campo in modo da cercare di limitare l’esasperazione di certi personaggi che ancora oggi gravitano anche all’interno delle scuole calcio.

L’aspetto fondamentale è stato dunque quello di dare a tutti l’opportunità di giocare la partita e di offrire a tutti i bambini un tempo sufficiente a divertirsi, a sentirsi protagonisti, a migliorare la propria autostima e perché no le proprie capacità tecniche e fisiche. Nella prossima puntata, scenderemo maggiormente nel dettaglio tecnico per cercare di capire il perché di certe scelte operate dalla Federazione e dalle scuole calcio del territorio.

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