Gravina confermato Presidente della FIGC

E’ andata come doveva andare e Gabriele Gravina è stato riconfermato alla guida della Federazione Sportiva più importante d’Italia. Ha battuto lo sfidante, Cosimo Sibilia, con un margine più ampio di quello che ci si attendeva ed adesso guiderà la macchina per il prossimo quadriennio.

Il risultato finale ha destato sorpresa solamente per l’ampiezza della vittoria dal momento che Sibilia è il presidente riconfermato della Lega Nazionale Dilettanti, componente che esprime il 34% dei delegati assembleari. Gravina però ha conseguito il 73,5% delle preferenze, mentre lo sfidante solamente il 26,5. Alcuni Comitati Regionali, come la Lombardia e l’Emilia Romagna, sono passati in mano a quella che potremmo definire l’opposizione interna alla L.N.D. e dunque presumibilmente hanno accordato la preferenza al Presidente eletto. Sibilia però, non è riuscito a convincere nemmeno il mondo arbitrale, che conta il 2% di voti, che nelle ultime settimane ha deciso di cambiare il vertice: via il plenipotenziario Nicchi, che aveva addirittura modificato il regolamento elettorale pur di correre per il quarto mandato, e dentro Trentalange. Nonostante la sconfitta del candidato più vicino a Gravina, il neo presidente sembra abbia scelto la neutralità. Altra delusione poi è la mancata raccolta di preferenze in funzione dell’alleanza con il Presidente della Lazio Lotito che sembra però non aver sortito effetti.

Discorso diametralmente opposto per Gravina, che è riuscito a tessere la tela di una coalizione che ha visto restare fuori solamente i Dilettanti. Con un lavoro certosino, il presidente uscente ha ottenuto la fiducia di tutte le leghe professioniste, degli allenatori e dei calciatori. A tutti ha chiaramente promesso qualcosa ed adesso vedremo come riuscirà a governare con una maggioranza così ampia dove tutti accamperanno diritti. Gravina è un dirigente navigato, un imprenditore velocemente riconvertitosi allo sport ed al calcio in particolare, protagonista indiscusso del miracolo sportivo Castel di Sangro, cittadina abruzzese di 6000 abitanti che portò a disputare la Serie B. Da quel trampolino, la carriera di dirigente sportivo non si è più fermata fino ad arrivare alla Presidenza Federale nel 2018. Nell’articolo di domani poi, vedremo come il programma elettorale di Gravina può incidere sul percorso del talento, protagonista della nostra rubrica.

A Gravina dunque l’onere e l’onore di tenere il timone in questo momento così burrascoso non solamente al comando della FIGC ma anche in seno al CONI, dove sembra che lo sport con più tesserati in Italia, tornerà finalmente a sedere. Dopo 4 anni in cui il calcio non aveva rappresentanti in seno al Consiglio Nazionale del CONI, torna finalmente il sereno tra i due organi direttivi. Gravina sarà dunque chiamato a difendere gli interessi soprattutto del calcio di base e giovanile all’interno dell’istituzione che governa lo sport italiano nella speranza che la mancata riconferma del Ministero dello Sport non sia il segno del totale disinteresse da parte del governo Draghi nei confronti dell’attività fisica e motoria. Saranno anni difficili, di ricostruzione, di ripartenza dal basso che necessiteranno della massima collaborazione tra le parti e non di divisioni tenendo in considerazione anche quelle componenti, come la Lega Nazionale Dilettanti, che oggi siedono all’opposizione. Lo sport giovanile, e quello dilettantistico, sta pagando il conto più salato della pandemia; è il settore, insieme a quello dello spettacolo ed a quello di fiere e congressi, che è rimasto chiuso più a lungo senza nemmeno avere la cassa di risonanza dei ristoratori.

Lavoratori, imprese, famiglie, bambini che da ormai un anno aspettano solamente di ricominciare a divertirsi, a fare attività fisica, ad intrattenere le persone, a far conoscere le eccellenze italiane. Ed allora cari Malagò, Gravina, Sibilia, futuro Sottosegretario con delega allo sport, sedetevi intorno ad un tavolo ed alzatevi solamente quando avrete trovato una soluzione… che qua fuori ci sono milioni di persone in tutto il paese che aspettano solo questo!

Il talento – parte quindicesima

Nell’ultima puntata della rubrica ho cercato di approfondire sinteticamente gli aspetti più importanti relativi al tesseramento dei ragazzi e dei bambini. Ciò che ho scritto potrebbe però essere spazzato via dalla Riforma dello Sport dell’ex Ministro Spadafora. Vediamone i cardini.

Diciamo subito che i tempi per la conversione attraverso le competenti Commissioni sono strettissimi visto che il termine ultimo è il 28 febbraio. Considerando poi che il nuovo governo Draghi non ha nemmeno il Ministero dello Sport risulta difficilissimo che la legge veda la luce, ma ciò che interessa è il dibattito che si è scatenato intorno ad essa.

I tre temi fondamentali della riforma interessavano il professionismo del calcio femminile, l’abolizione del vincolo sportivo ed il riordino delle società e dei relativi collaboratori. Partendo dal primo tema, credo sia giustissima l’equiparazione delle calciatrici ai calciatori in linea teorica. Ciò che però dobbiamo considerare è la sostenibilità di tale opzione: come sappiamo nel calcio maschile da anni si dibatte sulla possibile (per me necessaria) diminuzione delle società professionistiche con l’abbassamento del numero delle squadre che disputano i vari campionati a partire dalla Lega Pro. Questo perché i costi fissi non sono più sostenibili e non lo erano nemmeno in periodo pre-pandemico. Credo dunque che debba essere pensata l’equiparazione non d’imperio, ma con una programmazione pluriennale in cui il professionismo avvenga dopo che saranno aumentati gli introiti attraverso gli sponsor, i diritti televisivi, le politiche commerciali e gli incassi dei botteghini. Fare il passo subito rischia di far collassare i piccoli nel breve volgere di un paio di stagioni. Proporrei dunque di attuare un piano quinquennale di sviluppo al termine del quale introdurre l’equiparazione delle calciatrici professioniste.

Quanto poi al vincolo sportivo, possiamo dire che è una tematica scottante. Dobbiamo renderci conto che il mantenimento del vincolo rappresenta uno dei pochi sostentamenti economici che le società hanno. Toglierlo e liberalizzare tutto significa svantaggiare soprattutto quelle società che curano il settore giovanile ma non hanno le categorie di élite o i campionati regionali di cui abbiamo parlato ultimamente. Credo che sia necessario riconoscere a chi ha seguito, cresciuto e formato il ragazzo, un indennizzo nel momento in cui questo se ne va. Purtroppo però, sappiamo anche che molti dirigenti o squadre utilizzano il vincolo come arma di ricatto nei confronti di famiglie o società avversarie arrivando anche a far smettere ragazzi che vorrebbero continuare solamente a divertirsi. Io ho una proposta che cerco di portare avanti da anni: ogni calciatore deve avere un proprio parametro che la società presso la quale va a giocare deve riconoscere alla società cedente e tale importo deve essere gestito dal Comitato Regionale di competenza. Faccio un esempio: il calciatore Pippo si trasferisce dalla società A alla società B. Nel momento in cui il ragazzo firma il cartellino con la nuova squadra, il Comitato addebita il parametro fisso a B ed esegue l’accredito ad A sul conto federale. Poiché il Comitato Regionale gestisce sia il tesseramento che la contabilità e detiene un conto federale per il tesseramento ed uno per l’attività agonistica, il passaggio di denaro sarebbe alla luce del sole, non ci sarebbero diatribe né trattative strane. In questo modo poi, il ragazzo sarebbe libero di accasarsi dove vuole mentre le società avrebbero l’indennizzo deciso dalla FIGC a seconda della categoria da cui proviene e quella della squadra in cui va a giocare. Mi sembra una soluzione semplice, corretta, veloce e pulita.

Quanto poi alla parte relativa al riordino delle società, credo che questo sia il problema più spinoso della riforma. Con la nuova legge, le società sportive sarebbero equiparate ad alcune forme di imprese con la conseguenza di dover trasformare i collaboratori sportivi in lavoratori dipendenti. Ciò scriverebbe la parola fine alla storia della stragrande maggioranza delle società sportive. Come tutti sappiamo infatti, alcuni tecnici ed allenatori dei nostri bambini hanno un rimborso spese mentre altri prestano la loro opera come volontari. Obbligare questo mondo a regole speculari alle aziende, significa non conoscere la materia di cui si sta parlando. La sempre maggiore professionalizzazione delle società sportive sta già portando molte di esse ad assumere, seppur con forme contrattuali saltuarie, alcuni operatori, ma chiedere di diventare un’azienda dall’oggi al domani rischia di uccidere un settore che già così presenta grandissimi rischi.

La riforma è dunque quantomeno da emendare fortemente, ma il governo Draghi, con la mancata costituzione del Ministero dello Sport, sembra non avere grande urgenza di occuparsene. Ciò che è comunque necessario, è cercare di riformare il mondo dello sport dal di dentro o comunque in collaborazione con esso: le riforme calate dall’alto non hanno mai funzionato.

Alla prossima!

Il talento – parte decima

Dopo aver fatto una carrellata, spero esauriente, sulle trasformazioni positive intervenute nel settore giovanile e scolastico e nella gestione delle scuole calcio fino alla prima decade degli anni 2000, passiamo a parlare di quanto successo negli ultimi anni.

Il grande spartiacque che determina un cambiamento filosofico e culturale nell’indirizzo del Settore Giovanile e Scolastico, è la riforma con la quale si viene a creare “lo sportello unico” per le società tra LND e SGS (https://www.lnd.it/it/la-lnd/storia). La riforma ha tantissimi aspetti positivi per le società che si trovano di fronte finalmente un solo erogatore di servizi ed un unico riferimento con il quale rapportarsi grazie al quale vengono a mancare inutili doppioni. Da tale unione però, viene meno la forza propulsiva di idee e di investimenti del Settore Giovanile e Scolastico stretto tra la Lega Nazionale Dilettanti che detiene la sola organizzazione dei campionati e la FIGC che, non avendo digerito la nuova gestione, non ha più intenzione di investire sulla formazione e sulla cultura del territorio. In questo modo, in pochi anni, si blocca completamente l’evoluzione del rapporto tra calcio e scuola (ancora oggi moltissimi progetti sono quelli dei primi anni 2000), ed anche all’interno delle scuole calcio viene sempre meno la capacità di innovazione e di rinnovamento sia delle persone, che delle metodologie di allenamento. Tale impoverimento permette a vecchi vizi e stereotipi di riaffiorare e di reintrodursi all’interno delle scuole calcio.

Fortunatamente ci sono ancora validissimi tecnici federali che si fanno in quattro per non soccombere, ma il vento è decisamente cambiato. Ci sono diversi campanelli d’allarme che sono suonati ormai da anni ma che molti fanno finta di non vedere. Il primo, che secondo me è la fotografia più nitida dell’inversione di tendenza, è la possibilità di far iscrivere le squadre professionistiche nelle categorie più basse della scuola calcio. E’ ormai considerato normale che, ad esempio in Toscana, le squadre di quartiere della categoria Pulcini (8-10 anni) debbano misurarsi con Fiorentina, Empoli, Livorno etc, con queste ultime che sono già selezioni di bambini che vengono anche da fuori provincia. Tale facoltà ha diversi aspetti assolutamente negativi: innanzitutto i bambini iniziano a trascurare ciò che sarebbe più importante in questa fascia di età, cioè la scuola ed il divertimento, ed inoltre le piccole società si vedono sottrarre i bambini più bravi già in tenerissima età senza che ad esse sia corrisposto alcunché. Trovo sinceramente indecente che tutto ciò sia permesso prima dell’ultimo anno di esordienti (12 anni) che reputo essere il momento giusto per far formare alle società professionistiche le prime squadre. Non ci dimentichiamo che, secondo gli ultimi studi, 1 bambino ogni 40.000 (ripeto uno su QUARANTAMILA!!!) diventa professionista (quindi si parla anche di serie C non solo di idoli strapagati), e spessissimo i bambini che entrano nelle società professionistiche precocemente sono anche i più a rischio abbandono perché, mancandogli il divertimento e la vita normale fuori dal calcio, si stufano prima degli altri se non arrivano a certi livelli. Basti pensare che un bambino di 8 anni in una società professionistica si allena 3 volte la settimana (spesso lontano da casa), più la partita del weekend.

Negli anni il tema è stato dibattuto più volte e le società dilettantistiche si sono fatte sentire, ma la toppa che è stata messa non è assolutamente sufficiente. La soluzione trovata, è stata quella di far giocare i bambini delle società dilettantistiche contro i bambini delle professionistiche di un anno più piccoli. Quindi se la squadra di quartiere gioca con i nati nel 2011, le professionistiche giocheranno con i 2012. Tale espediente è stato pensato per rendere le partite più equilibrate, ma ha creato altri due problemi. Innanzitutto le società professionistiche hanno iniziato a prendere i bambini di un anno più piccoli, e poi le gare vengono giocate con molta più animosità perché i bambini (e soprattutto gli allenatori) con la maglia viola, azzurra o granata, non accettano nemmeno lontanamente l’idea di poter perdere o pareggiare con le squadre “da giardini”.

Ma per i professionisti i favori non sono finiti: pensate che esiste anche il campionato esordienti professionisti. Aldilà dell’evidente ossimoro esistente nella dicitura “esordienti professionisti”, essendo questa una categoria della scuola calcio NON HA SENSO DI ESISTERE!! O è scuola calcio, o è professionismo….i due concetti insieme non possono stare!!! Volete dire alle squadre professionistiche ed ai loro allenatori che la partita non ha risultato? Che lo scopo della gara è dimostrare ciò che hanno imparato in settimana senza badare al risultato? L’unico aspetto positivo è che giocando fra di loro, le piccole squadre di quartiere non rischiano di imbarcare goleade controproducenti, ma per il resto proprio non ci siamo!

Nel prossimo appuntamento poi, vedremo che tali indirizzi purtroppo non esistono solamente tra le società professionistiche ma purtroppo, seppur con un peso decisamente minore, anche nei campionati di settore giovanile a cui partecipano le società dilettanti. Alla prossima!!

Il talento – parte ottava

Dopo aver fatto un bel viaggio nell’attività scolastica per conoscere meglio la possibile collaborazione tra la scuola, le federazioni sportive e le società ritorniamo a parlare di attività di base e di scuole calcio all’interno delle quali è possibile scovare e successivamente allenare il talento.

Uno degli scatti culturali che la FIGC ha provato ad inserire nella cultura calcistica italiana, è quello relativo all’importanza del risultato. Il calcio italiano viene da sempre riconosciuto come quello che mira maggiormente al risultato a discapito del gioco, della qualità, dello spettacolo. Chi di noi non si è mai schierato tra il calcio simil-olandese di Sacchi e quello più italianista di Trapattoni? Chi non si ricorda la battaglia di religione tra la marcatura a uomo ed il calcio a zona? Addirittura anche dal punto di vista semantico, la trasformazione del gioco del calcio ha influito sulla terminologia utilizzata. Il terzino destro è diventato difensore esterno, a centrocampo la mezzala si chiama centrocampista interno e così via. La trasformazione che è partita dall’alto, è arrivata anche alla base della piramide ed ha assunto contorni maggiormente culturali.

Fino agli anni novanta infatti, anche nelle scuole calcio era dominante (e purtroppo in alcune lo è ancora) la cultura del risultato. La partita del fine settimana era infatti vista come il punto focale ed in quel frangente si facevano ricadere sui bambini tutte le pressioni e tutte le aspettative che l’istruttore, i genitori, la società, i nonni avevano. La gara dunque assumeva un significato molto lontano da quello della festa, del momento di apprendimento e di crescita per lasciare campo all’unica volontà di primeggiare senza alcun compromesso. Purtroppo spesso si notava che i bambini più indietro tecnicamente e dal punto di vista motorio non avevano lo stesso spazio dei cosiddetti più bravi proprio perché l’unico obiettivo da centrare era quello della vittoria.

Grazie ad un immane sforzo profuso dalla federazione e dai loro dirigenti, negli anni novanta è partita una battaglia culturale che è ancora oggi in corso. Dirigenti, responsabili tecnici, ma soprattutto formatori ed istruttori federali sul territorio hanno iniziato un percorso che ancora oggi è in itinere. La rivoluzione culturale portata avanti è stata quella di cambiare la rappresentazione della partita. La gara tra due o più squadre che si gioca nel fine settimana, non è finalizzata al risultato, ma all’apprendimento. La partita è un momento di verifica, un momento di confronto all’interno del quale l’istruttore deve innanzitutto controllare se il processo di apprendimento dei bambini nei confronti del lavoro svolto in settimana ha ottenuto i risultati sperati. Il tecnico ha dunque il compito di giudicare non tanto i bambini, quanto il proprio lavoro! Se gli obiettivi delle sedute settimanali non sono stati raggiunti, deve interrogarsi sui motivi e soprattutto ha il compito di cercare un metodo diverso per arrivare allo scopo. Nasce dunque un processo virtuoso tra istruttore e bambini attraverso anche un confronto che arricchisce sia i piccoli atleti, che il tecnico.

Tante volte capita che un obiettivo non sia stato centrato perché magari è stata messa l’asticella troppo in alto, oppure è stato proposto un lavoro con una metodologia sbagliata. La risposta si può averla solamente guardando i bambini, il loro modo di allenarsi, i loro risultati motori e tecnici. Credete sia possibile riuscire ad analizzare tutti questi aspetti se si guarda solamente al risultato? Credete che guardare solo alla vittoria o alla sconfitta permetta di coinvolgere tutti i bambini? Come possiamo dare la stessa soddisfazione di giocare a tutti i bambini se cerchiamo sempre e solo di vincere? Non sarà molto probabile che i bambini più bravi giochino di più di quelli meno bravi? Qui si apre dunque il vaso di Pandora! Vogliamo fare gli istruttori di una scuola calcio o gli allenatori di una squadra professionistica? Sono entrambi mestieri bellissimi e dignitosissimi, ma hanno approcci, metodologie ed obiettivi completamente diversi.

La nuova visione della partita come momento di verifica ha anche ottenuto un altro risultato: la diminuzione della tensione e dell’esasperazione nei comportamenti dentro e fuori dal campo. Ricordo ancora che quando ero bambino, anche nelle scuole calcio esistevano le classifiche, i premi per i capocannonieri, le premiazioni solo per chi vinceva. Fortunatamente sembra passata un’era geologica: quando i bambini vanno a fare i tornei vengono tutti premiati, anche se la classifica esiste sempre. Nei tornei federali invece, non esiste un punteggio finale della gara (o comunque dipende da più fattori come già spiegato in un altro episodio della rubrica) ed anche le classifiche sono relative all’attività di tutta la scuola calcio ed hanno parametri ben precisi. L’assenza di risultato è stata poi accompagnata da un altro cambiamento che ha contribuito ad abbassare la tensione: l’arbitraggio è affidato ad un dirigente di una società, oppure agli stessi bambini con la formula dell’autoarbitraggio. Quest’ultima è la vittoria più grande contro tutti quelli che dicono che i bambini se non giocano “il calcio vero” non si divertono. Finalmente invece, i bambini giocano un calcio a misura propria: palloni e campi più piccoli, porte adatte ai portieri, numero di bambini ridotto per permettere loro di toccare più volte la palla, assenza di un arbitro ufficiale. Ricordando il mio primo calcio, non è una rivoluzione?

A presto per la nuova puntata!

Il talento – parte terza

E’ stato un bel tuffo nel passato il secondo capitolo del nostro viaggio alla ricerca del talento e del suo sviluppo attraverso il movimento, lo sport e più specificamente il gioco del calcio!

Abbiamo, spero, imparato che il bambino che tocca poche volte l’attrezzo, la palla, durante l’allenamento e/o la partita non solo impara meno di coloro i quali sono maggiormente coinvolti, ma rischiano di perdere anche l’entusiasmo e l’amore per il gioco e per lo sport. Spesso infatti, è fortemente sottovalutato l’impatto che le errate metodologie di allenamento hanno in merito al fenomeno dell’abbandono del gioco del calcio. Capita molte volte che i bambini che non si sentono coinvolti nel gioco perdono l’entusiasmo necessario per andare ad allenarsi e dunque a giocare. In fondo in fondo siamo sicuri che il bambino si sia avvicinato al nostro mondo solo perché ha visto Ronaldo, Messi e Lewandowski alla televisione? Oppure si è avvicinato al calcio perché è il gioco più semplice e più democratico del mondo?

La scorsa volta abbiamo detto della facilità con cui si costruisce un campo e si può giocare in ogni condizione (4 giubbotti ed un pallone ed inizia la magia!) ma pensate anche alle caratteristiche fisiche del bambino che gioca a palla o pratica sport: nel basket e nella pallavolo ad esempio, saranno certamente avvantaggiati, almeno inizialmente, i bambini più alti! Nell’atletica leggera, è quasi scontato che i bambini più veloci e slanciati avranno più possibilità di primeggiare visto che si tratta sostanzialmente di uno sport individuale; altri sport come lo sci, l’equitazione o il tennis invece, hanno bisogno di un esborso economico che non tutte le famiglie si possono permettere! Il calcio al contrario, si gioca con una squadra di 5, 7, 9 o 11 calciatori e dunque le gioie ed i dolori si possono condividere con gli altri. Inoltre, è più facile trovare un posto per tutti: dal bambino più alto a quello più basso, dal bambino più atletico a quello un po’ più appesantito, tutti possono avere un ruolo importante all’interno della squadra! Quante volte abbiamo sentito dire che il più piccolino viene impiegato sull’ esterno del campo perché è rapido e sgusciante, oppure che il bambino un po’ più in carne viene posizionato in mezzo al campo perché alcuni compagni possono correre anche per lui ma, essendo dotato di un bel lancio o di un bel tiro in porta può comunque togliersi tante soddisfazioni: in questo modo, quello che in altri sport può essere considerato un handicap, nel calcio diviene solamente una delle componenti della squadra! Non dimentichiamoci poi che, proprio perché il calcio non è così dispendioso economicamente, è spesso stato un fantastico veicolo di integrazione.

La facilità di poter giocare in ogni posto e dunque la semplicità nell’accesso al calcio, permette ancora oggi di scovare il talento vero e proprio in alcuni paesi molto poveri. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a ondate di calciatori che provenivano da posti del mondo prima sconosciuti al grande calcio. Chi non ricorda l’oro della Nigeria alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996? Fino ad allora, i giocatori africani erano ben poco considerati, persi come eravamo nel vecchio continente a guardare solamente all’aspetto tattico del gioco. Negli stessi anni altri grandissimi talenti, seppur di nazionalità europea, erano nati, cresciuti e sbocciati in paesi ex colonie: vogliamo ricordare la Francia campione del mondo del 1998 in cui Zidane, Thuram, Djorkaeff, Henry, Desailly erano tutti figli o nipoti di nativi dei territori coloniali dei transalpini? Negli stessi anni in cui Nigeria e Francia, mettendo in mostra talenti completi (fisici e tecnici), dominavano le manifestazioni calcistiche più importanti del mondo, in Italia si continuava a discernere tra la difesa a zona e quella a uomo, tra il 4-4-2 ed il calcio con il trequartista. Culturalmente però, eravamo già in netto ritardo rispetto al cambiamento dei tempi.

Nella nostra penisola, dopo che negli anni ’80 si era continuato a far giocare in un campo regolamentare anche i bambini più piccoli con le squadre contrapposte 11 contro 11, all’inizio degli anni ’90 inizia a germogliare un pensiero di cambiamento. Sulla scorta di studi basati sull’osservazione dei bambini frequentanti le scuole calcio e le attività curriculari nelle scuole di ogni ordine e grado, inizia a cambiare la prospettiva con la quale fare attività all’interno delle società calcistiche e si inizia a percorrere la strada della sperimentazione culturale. Finalmente anche nel calcio, la parola SCUOLA inizia ad avere una centralità progettuale differentemente dagli anni precedenti in cui si pensava solo ed esclusivamente a forgiare calciatori. Ecco che la terribile espressione “nucleo addestramento giovani calciatori” (come se i bambini fossero polli da batteria) usata fino a quel momento, diventa appunto scuola calcio ed il settore della Federazione Italiana Giuoco Calcio che si occupa dell’organizzazione dell’attività e delle metodologie di allenamento delle scuole calcio, inizia a chiamarsi Settore Giovanile e SCOLASTICO. Se volete, potete approfondire questa tematica cliccando sul link: https://www.figc.it/it/giovani/sgs/composizione-settore-giovanile-e-scolastico/storia/

Ecco dunque un primo scatto in avanti sul piano culturale che diventa una scintilla basilare per i numerosi cambiamenti che rapidamente, rispetto alle consuete tempistiche italiane, hanno stravolto non solo le regole del calcio dei bambini (iniziando a giocare in spazi ridotti, con tempi di gioco più corti etc.) ma anche l’approccio degli istruttori nei confronti del nostro sport, delle sedute di allenamento e delle partite, viste sempre più come momento di verifica del lavoro settimanale anziché come pura e semplice competizione.

Abbiamo dunque raccontato ed analizzato un salto in avanti dal punto di visto culturale e sportivo: l’aspetto terminologico in questo caso non è forma, ma è invece sostanza, ciò che piace a noi! Nel prossimo episodio andremo ancor più nello specifico. Vi aspetto!

Il talento – parte seconda

Dopo aver cercato di dare una definizione al talento ed aver provato a distinguere tra questo ed il genio grazie soprattutto ai vostri preziosi contributi, iniziamo a vedere come si può riconoscere ed allenare questo talento. Il percorso salterà dai ricordi personali di un innamorato del gioco del calcio, agli spunti didattici e metodologici appresi sul campo (come calciatore scarso prima e come allenatore un po’ migliore poi), nei corsi di formazione ed aggiornamento che ho dapprima seguito e poi tenuto all’interno del CONI, del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC e della Lega Nazionale Dilettanti.

La base del gioco del calcio è certamente il gesto tecnico che richiede conoscenza dell’attrezzo (palla) e capacità di coordinazione dei movimenti. Tale commistione tra capacità tecniche e capacità motorie avviene quasi spontaneamente quando i bambini hanno l’opportunità di giocare ai giardini o per la strada. In tali contesti infatti, si impara come comportarsi nelle più disparate condizioni: sul cemento, sull’erba, in mezzo alle buche, con le radici, con i tombini, con le pozze o con il fango….altro che sul sintetico così perfetto ma così finto! Per riuscire a controllare la palla nelle condizioni naturali, dobbiamo essere in grado di adattare il gesto tecnico a tutta una serie di variabili che il talento riesce spontaneamente a controllare, ma che il bambino meno dotato deve dapprima riconoscere, poi studiare ed infine domare grazie alla scoperta delle opportune contromisure.

Tutto questo però lo si può fare se si tocca tante volte il pallone, se si è protagonisti del gioco, se si ha la possibilità di sperimentare, dunque di provare, di sbagliare, di trovare la soluzione!! Quando ho iniziato a giocare a calcio (avevo poco più di 5 anni), come tutti i bambini che hanno genitori che lavorano, scelsi la scuola calcio più comoda e con la sede più vicina alla scuola che frequentavo. La società per la quale giocavo però, era una piccola realtà di quartiere che non aveva molti bambini per annata e dunque io, nato ad Aprile del 1976, mi ritrovai ad iniziare a giocare con bambini più grandi di me. Ricordo ancora che mi allenavo, io unico bambino del ’76 con il mio fraterno amico Simone, con una squadra mista di bambini nati nel 1975, nel 1974 ed addirittura nel 1973. Credo che solamente il nostro grande amore per il gioco ci abbia permesso di non smettere visto che gli allenamenti vertevano sulla corsa intorno al campo, su esercizi di tecnica individuale da fermo, su tiri in porta da scagliare da distanze per noi siderali e da partitelle in cui non toccavamo pressoché mai la palla.

Ricordo però ancora l’emozione per la convocazione alla prima partita, quando io e Simone fummo chiamati in una squadra in cui avremmo potuto esordire giocando con i nati nel ’75 e nel ’74! Fui schierato nel secondo tempo da terzino destro: ero un bambino di poco più di 6 anni e giocavamo 11 vs 11 in un campo regolamentare da 100 metri di lunghezza per 60 circa di larghezza. Il tempo per me volò perché ero entusiasta ed orgoglioso del mio esordio e della convocazione nella squadra dei più grandi (senza però considerare che quella della mia età non esisteva)! Al termine dei 25 minuti (se non erro) di gioco, sapete quante volte toccai il pallone? Beh…..2!! Di cui una con le mani perché fui incaricato dal Mister di battere una rimessa laterale!! L’altro tocco ricordo fu un rinvio di prima perché ero terrorizzato da questa palla che arrivava verso di me. La squadra in cui giocavo infatti, era più che discreta e dunque attaccammo praticamente sempre: mi è ancora oggi rimasto il dubbio che forse fui schierato terzino destro proprio per questo….Ma vabbè!

A parte ciò, ed a parte l’entusiasmo tracimante con cui tornai a casa, quanto pensate abbia imparato quel giorno? Quanto credete che quella gara sia stata formativa per la mia crescita? Come già detto, il talento e le capacità tecniche migliorano quando ci si trova ad utilizzare la palla ripetutamente in situazioni sempre diverse. Ecco dunque che la risposta è molto, molto semplice: ero contentissimo, ma quella gara è stata forse la più inutile che abbia mai disputato! Fortunatamente dagli anni 90 in poi  le federazioni hanno gradualmente abbandonato il calcio a 11 per i bambini più piccoli e trovo che sia stata una delle decisioni più sensate che sia stata presa negli ultimi anni.

Nella prossima puntata inizieremo a vedere quando e come si è provato ad invertire la rotta!