Il talento – parte terza

E’ stato un bel tuffo nel passato il secondo capitolo del nostro viaggio alla ricerca del talento e del suo sviluppo attraverso il movimento, lo sport e più specificamente il gioco del calcio!

Abbiamo, spero, imparato che il bambino che tocca poche volte l’attrezzo, la palla, durante l’allenamento e/o la partita non solo impara meno di coloro i quali sono maggiormente coinvolti, ma rischiano di perdere anche l’entusiasmo e l’amore per il gioco e per lo sport. Spesso infatti, è fortemente sottovalutato l’impatto che le errate metodologie di allenamento hanno in merito al fenomeno dell’abbandono del gioco del calcio. Capita molte volte che i bambini che non si sentono coinvolti nel gioco perdono l’entusiasmo necessario per andare ad allenarsi e dunque a giocare. In fondo in fondo siamo sicuri che il bambino si sia avvicinato al nostro mondo solo perché ha visto Ronaldo, Messi e Lewandowski alla televisione? Oppure si è avvicinato al calcio perché è il gioco più semplice e più democratico del mondo?

La scorsa volta abbiamo detto della facilità con cui si costruisce un campo e si può giocare in ogni condizione (4 giubbotti ed un pallone ed inizia la magia!) ma pensate anche alle caratteristiche fisiche del bambino che gioca a palla o pratica sport: nel basket e nella pallavolo ad esempio, saranno certamente avvantaggiati, almeno inizialmente, i bambini più alti! Nell’atletica leggera, è quasi scontato che i bambini più veloci e slanciati avranno più possibilità di primeggiare visto che si tratta sostanzialmente di uno sport individuale; altri sport come lo sci, l’equitazione o il tennis invece, hanno bisogno di un esborso economico che non tutte le famiglie si possono permettere! Il calcio al contrario, si gioca con una squadra di 5, 7, 9 o 11 calciatori e dunque le gioie ed i dolori si possono condividere con gli altri. Inoltre, è più facile trovare un posto per tutti: dal bambino più alto a quello più basso, dal bambino più atletico a quello un po’ più appesantito, tutti possono avere un ruolo importante all’interno della squadra! Quante volte abbiamo sentito dire che il più piccolino viene impiegato sull’ esterno del campo perché è rapido e sgusciante, oppure che il bambino un po’ più in carne viene posizionato in mezzo al campo perché alcuni compagni possono correre anche per lui ma, essendo dotato di un bel lancio o di un bel tiro in porta può comunque togliersi tante soddisfazioni: in questo modo, quello che in altri sport può essere considerato un handicap, nel calcio diviene solamente una delle componenti della squadra! Non dimentichiamoci poi che, proprio perché il calcio non è così dispendioso economicamente, è spesso stato un fantastico veicolo di integrazione.

La facilità di poter giocare in ogni posto e dunque la semplicità nell’accesso al calcio, permette ancora oggi di scovare il talento vero e proprio in alcuni paesi molto poveri. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a ondate di calciatori che provenivano da posti del mondo prima sconosciuti al grande calcio. Chi non ricorda l’oro della Nigeria alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996? Fino ad allora, i giocatori africani erano ben poco considerati, persi come eravamo nel vecchio continente a guardare solamente all’aspetto tattico del gioco. Negli stessi anni altri grandissimi talenti, seppur di nazionalità europea, erano nati, cresciuti e sbocciati in paesi ex colonie: vogliamo ricordare la Francia campione del mondo del 1998 in cui Zidane, Thuram, Djorkaeff, Henry, Desailly erano tutti figli o nipoti di nativi dei territori coloniali dei transalpini? Negli stessi anni in cui Nigeria e Francia, mettendo in mostra talenti completi (fisici e tecnici), dominavano le manifestazioni calcistiche più importanti del mondo, in Italia si continuava a discernere tra la difesa a zona e quella a uomo, tra il 4-4-2 ed il calcio con il trequartista. Culturalmente però, eravamo già in netto ritardo rispetto al cambiamento dei tempi.

Nella nostra penisola, dopo che negli anni ’80 si era continuato a far giocare in un campo regolamentare anche i bambini più piccoli con le squadre contrapposte 11 contro 11, all’inizio degli anni ’90 inizia a germogliare un pensiero di cambiamento. Sulla scorta di studi basati sull’osservazione dei bambini frequentanti le scuole calcio e le attività curriculari nelle scuole di ogni ordine e grado, inizia a cambiare la prospettiva con la quale fare attività all’interno delle società calcistiche e si inizia a percorrere la strada della sperimentazione culturale. Finalmente anche nel calcio, la parola SCUOLA inizia ad avere una centralità progettuale differentemente dagli anni precedenti in cui si pensava solo ed esclusivamente a forgiare calciatori. Ecco che la terribile espressione “nucleo addestramento giovani calciatori” (come se i bambini fossero polli da batteria) usata fino a quel momento, diventa appunto scuola calcio ed il settore della Federazione Italiana Giuoco Calcio che si occupa dell’organizzazione dell’attività e delle metodologie di allenamento delle scuole calcio, inizia a chiamarsi Settore Giovanile e SCOLASTICO. Se volete, potete approfondire questa tematica cliccando sul link: https://www.figc.it/it/giovani/sgs/composizione-settore-giovanile-e-scolastico/storia/

Ecco dunque un primo scatto in avanti sul piano culturale che diventa una scintilla basilare per i numerosi cambiamenti che rapidamente, rispetto alle consuete tempistiche italiane, hanno stravolto non solo le regole del calcio dei bambini (iniziando a giocare in spazi ridotti, con tempi di gioco più corti etc.) ma anche l’approccio degli istruttori nei confronti del nostro sport, delle sedute di allenamento e delle partite, viste sempre più come momento di verifica del lavoro settimanale anziché come pura e semplice competizione.

Abbiamo dunque raccontato ed analizzato un salto in avanti dal punto di visto culturale e sportivo: l’aspetto terminologico in questo caso non è forma, ma è invece sostanza, ciò che piace a noi! Nel prossimo episodio andremo ancor più nello specifico. Vi aspetto!

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